Che siano pochi. E grossi.

Volete sapere qual’è il metodo migliore per fare fotografie silenziose (non rumorose, pulite)?

Non farle.

No, aspettate, non è come pensate voi.

Ora vi presento i cugini dei video.

Poverini, sono a corto di tempi.

Non possono utilizzare valori d’otturazione più lunghi del frame/rate, e questa è una vera dannazione.

Capite?

Quando c’è poca luce, tocca loro amplificare il segnale.

Perciò, loro, con il rumore non scherzano.

Sanno come curarlo, loro.

La ricetta?

Che siano pochi, e grossi.

Sì, sto parlando di pixels.

E di fotoricettori, va da sè.

Telegrafico excursus storico.

La videocamera Canon serie C, che non è nemmeno al vertice della gamma.

Prima versione, sensore di taglia 35 mm Cinema (una via di mezzo tra APS C e APS H, dunque non lontano dal formato Leica).

Pixels?

Otto milioni.

Seconda versione.

La taglia del sensore rimane uguale, e la risoluzione ora è interamente utilizzata per i filmati (prima era limitata al così appellato full HD).

Terza versione, appena presentata.

Non cambia né la taglia nè la densità del sensore (ma vi sono maggiori possibilità quanto a frame/rate e tipi di compressione).

Capito?

Appena otto milioni di pixel in un sensore grande.

Suppergiù, per rimanere in casa Canon, si ritorna alla densità di una 300d, quella che fa le foto già da un cospicuo numero di anni.

Perché fanno così, i nostri cugini?

Perché sanno che un fattore primario per contenere il rumore elettronico è costituito dalla capacità del fotodiodo di catturare luce.

Cioè di essere, singolarmente, grosso.

E se lo possono permettere, di avere un sensore grande con pochi pixels grandi.

Perché?

Molto semplice:
non essendo vocati alla produzione di immagini fisse, possono concedersi il lusso di non eccedere, quanto a suddivisione del sensore, la risoluzione corrispondente alla massima utilizzata nei filmati.

4K, in questo caso, cioè otto milioni di pixels.

Sapete, in casa Leica si erano posti l’obiettivo – per le fotocamere – di non scendere sotto i 6 micron, come dimensione del singolo pixels (va comunque considerato l’ingombro della circuitazione, ovvero di quanto spazio sottrae alla superficie effettivamente utilizzata).

Con formato Leica o superiore si tratta comunque di un ragguardevole quantitativo totale, ma l’intento era di non eccedere in densità.

Ora, si fa presto a ragionare in termini di pure dimensioni.

Il rumore è una bestia capricciosa.

Con un sensore grande e poco denso ci si pone a metà dell’opera, ma vi sono anche altri fattori in gioco.

Esiste anche il rumore (il termine è mutuato dal mondo dei suoni, misurato in decibels) termico, che ha a che fare con il calore prodotto dalla fotocamera.

Poi il rumore di bias, correlato alla corrente prodotta dalla circuitazione. Indi il rumore di lettura.Quanto al disturbo che deriva da interferenze elettromagnetiche, si è odiernamente imparato a contenerlo. Esiste anche un rumore denominato amplifer flow, che Carlo Consoli ha saputo molto ben illustrare in un approfondito articolo che redasse per la rivista FotoCult nel fascicolo del febbraio 2009.

Da allora i fabbricanti hanno compiuto ulteriori progressi.

I raggiungimenti mostrati agli utilizzatori finali – gli acquirenti di fotocamere -purtuttavia, non vanno esenti da “mascherature”.

Cosa intendo?

Che l’operazione/pulizia talvolta assomiglia a ciò che facevano i nostri progenitori, secoli fa: profumarsi anziché lavarsi.

Il profumo in questione è il processore.

Esso si prodiga acciocché, una volta che del rumore è stato comunque generato, sia il meno visibile possibile nel file definitivo.

Il problema è però che il processore è piuttosto intelligente, ma ancora stupido rispetto all’umano.

E siccome, brutalmente semplificando, i mezzi che ha a disposizione sono la sfocatura e la desaturazione, quando li impiega a sproposito il rimedio è peggiore del male.

Ecco, appunto, la medicina.

Prevenire, si sa, è meglio che curare.

Avere pochi pixels, ma grossi, è cosa che un medico prescriverebbe.

Come dire:
invece di mangiare molto e poi dover smaltire, mangia poco.

Beninteso:
le alte e altissime risoluzioni sono assai utili in una vasta gamma di applicazioni.

L’importante è conoscere bene il nemico:
un generale non farebbe volare bassi i suoi laddove la contraerea è agguerrita. Così, nel nostro mondo, occorre scegliere la fotocamera – risoluta o …meno decisa – avendo ben chiaro quale sarà l’impiego a cui intenderemo sottoporla.

Viva i tanti e i pochi, purché buoni.

 

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Claudio Trezzani

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