Categorie ed accostamenti

Categorie.

Aristotele corregge Parmenide, Kant completa Aristotele, e così via.

Elenchi diversi, differenti modi d’intendere.

Si tratta di attribuire un predicato ad un soggetto, e si può considerare l’operazione sotto un profilo oggettivo, ontologico, trascendentale, etc.

Come Kant, anche noi tiriamo in ballo l’organo della vista.

Mica per niente siamo fotografi.

L’esperienza sensibile ci mostra accostamenti tra manufatti contemporanei ma non coevi.

Sì, contemporanei ma non coevi.

Li vediamo simultaneamente, ma non sono stati realizzati nello stesso momento.

E appartengono a categorie diverse, con il tempo a non costituire la principale difformità.

Abbiamo qui il Sacro e il Profano.

Prima fotografia a corredo di questo brano.

Duplicemente orribile.

Orribile come fotografia, e io ne sono l’autore.

Lo è perché la scena è sgradevolmente caotica: il palo spezza l’insegna, la gru spezza il campanile.

Orribile come situazione.

Ciò in quanto il vulnus arrecato dall’insegna all’intonazione artistica dell’elemento di architettura confessionale è notevole.

Ricordate le campagne contro la proliferazione della cartellonistica pubblicitaria?

 

E ricordate com’era decenni or sono, in Piazza del Duomo a Milano, il lato opposto a quello della cattedrale, sopra?

 

Un’orgia di disarmoniche luminescenti estraneità.

Poco oltre la metà del secolo scorso si proncipiò ragionarci sopra e porvi rimedio.

Nessun progresso, da allora?

Lo si crederebbe dalla summentovata immagine, ma non è vero.

Non è vero perché il fotografo dispone della Magica Arte denominata Compressione dei Piani.

Un potente teleobiettivo, e oggetti geograficamente distanziati appaiono accostati.

Seconda fotografia, quella notturna.

Ecco, appunto.

Il Sacro e il Profano, il Trascendentale e l’Utilitario.

Od una sola parola, ma binabile e divaricabile: Speculazione.

Speculazione Intellettuale, quella che avviene entro la chiesa; Speculazione Materiale, quella che si origina dall’attività entro lo stabilimento.

La cupola, manufatto che si cura dell’aspetto per condurre verso l’astrazione.

La fabbrica, il cui sembiante è inessenziale prodotto di una funzione a sè bastevole.

Terza fotografia.

Qui, addirittura, inglobazione.

E tuttavia, minore distanza metafisica.

Perché anche se la distinzione tra Sacro e Profano netta permane, la velleità architettonica accomuna.

Anche il grattacielo, pur se luogo di prosaica attività, promana un certo tasso di lirismo nella misura in cui l’architetto ha ricercato una espressione afunzionale.

Sì, una espressione afunzionale.

L’obliquo e sfaccettato reticolo non serve, infatti.

I lavoratori s’affacenderebbero dentro anche se non ci fosse.

Ecco, la lingua fotografica.

Stabilisce relazioni giostrando con piani.

E con gli accostamenti che ne derivano, propizia una comparativa analisi delle categorie.

 

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Claudio Trezzani

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