Cartoline e τοποι

Per i consapevoli, cosa orrifica è.

Una fotografia con il sole allo zenit, mare obbligatoriamente azzurro e congiunti ritratti piccoli al centro.

Scendendo di poco in scala d’orripilanze: qualsiasi ritrazione frontale di monumento o paesaggio che non rechi le stimmate di un intento linguistico.

Consapevoli, linguaggio, due dei termini testè impiegati.

Consapevoli di cosa?

Prima mondiamoci di tecnica fallacità.

La premessa è necessaria, poichè occorre sceverare il concetto d’errore da quello d’ortodossia.

Corollario di ciò è che l’ortodossia non basta, anzi può fuorviare.

Ma cos’è l’ortodossia?

Dal greco ορζος – retto – + δοξα – opinione.

Una giusta opinione.

Giusta?

Giusta per i più, è il senso conferito alla summentovata espressione.

Stiamo pericolosamente lambendo il concetto di mediocrità.

Non l’oraziana aurea mediocritas, bensì il territorio di ciò che si uniforma al gusto comune, nelll’accezione deteriore del lemma.

Deteriore, perchè ispirato da un sentire non raffinato in quanto diffuso (ahinoi, la quantità non rema verso l’eccellenza).

Così, il mero recepimento di coordinate sin troppo codificate non depone a favore di una ricerca linguistica.

Linguistica?

La fotografia è lingua ogniqualvolta sposa senza amorfia un insieme di canoni.

Senza amorfia, quando detti canoni sono introitati subendo il vaglio di una personale elaborazione.

Come diceva Eliot, il mediocre copia, mentre l’eletto ruba.

Un rubare per reinventare, definendo il proprio vocabolario.

Vi sono così due spinte contrapposte: non essere sgrammaticati; non essere impersonali.

Siamo approdati ai τοποι.

Ed al così appellato calligrafismo.

Dal greco καλος – bello + γραφω – scrivere.

Lo sapete, in italiano – fuor del letterale vergar a mano, ove invece rappresenta un formale valore – la parola calligrafia ha una sfumatura dispregiativa.

La ha nella misura in cui sottende una vuotezza sotto apparente fulgore.

Bella senz’anima, come canta Riccardo Cocciante.

Eccoci arrivati alle cartoline.

Utilizzando la figura retorica dell’antonomasia, una fotografia da cartolina è una immagine calligrafica per dovere illustrativo.

Sì, calligrafica per dovere illustrativo.

Deve documentare senza turbare.

Il suo scopo è rappresentare fedelmente il reale senza discostarsi dal gusto della maggioranza.

Non deve catalizzare ricerca, solo accordarsi ad un sentire convenzionale.

Sì, accordarsi ad un sentire convenzionale.

A questo punto giova chiedersi cosa sia l’originalità e se sia cosa da perseguire in fotografia.

Il discrimine risiede nella destinazione:
originale non il soggetto della ritrazione (lo è intrinsecamente, data la neutralità del mezzo di propalazione), ma l’espressione del facitore.

Il facitore – il fotografo – è originale nella misura in cui il suo agire rispecchia un intento, e questo è forgiato attorno ad una riflessione di linguaggio.

Siamo tornati alle summenzionate spinte contrastanti: non essere sgrammaticati; non essere impersonali.

A scopo d’analisi, due le fotografie a corredo di questo brano.

La prima odora ancora fortemente di calligrafismo.

Colori vividi, scenario convenzionale.

E l’acqua?

No, non è così l’acqua.

Ecco l’errore, lo scostamento dall’ortodossia.

L’occhio nudo lo smaschera, ed anche il telefonino del dilettante.

Eppure, il tipico artifizio della lunga esposizione che rende setosa una superficie liquida è anch’esso un τοπος.

Certo, non tra gl’illetterati:

lo è presso chi pratica la fotografia con un certo bagaglio cognitivo.

Lunga esposizione che nella seconda immagine allegata a questo articolo rappresenta un elemento/chiave della costruzione.

Lo è poichè – in congiunzione con la modulazione in scala di grigi ed un approccio high key – determina un senso di sospensione ed isolamento.

Ecco, un concorso di fattori al servizio di un viraggio interpretativo:
prolungata apertura dell’otturatore + bianconero + pesatura sulle alte luci.

In tal guisa ottenendo un viraggio interpretativo, poc’anzi scrivevo.

Sapete, la questione è idealmente irrisolvibile nella misura in cui vi è una convergenza traslata.

Una convergenza traslata?

Se si vuole conferire un taglio personale all’immagine non si può prescindere dai “mezzi di discostamento” tecnici sopra elencati.

Uno spesso filtro a densità neutra, la scala di grigi, e quant’altro è in potere del fotografo per personalizzare.

Personalizzare?

Poveri noi, così non lo è più.

Più gente lo fa, meno la cosa è personale.

La cosa è a rischio di divenire τοπος, così.

Un τοπος figlio del discostamento, che tuttavia discostamento non è più, cadendo nella summentovata convergenza di traslazione.

Dunque la strada è cieca, non vi è uscita per l’ambizione di linguaggio in fotografia, laddove un tentativo di discostamento prevede l’imbocco di una convergenza traslattiva?

Sapete, quanto a questo possiamo ringraziare gli antichi arabi.

Perchè la fotografia ogni volta è un’alchimia.

Una entusiasmante fusione dagli esiti tanto sottili quanto deflagranti, in nuce ed in potenza.

 

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Claudio Trezzani

https://www.saatchiart.com/claudiotrezzani

 

 

 

 

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