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Canaletto e la fotografia

Una macchina del tempo ci fa arretrare di trecento anni. Atterriamo a Venezia. Di spalle davanti a noi c’è un uomo semicelato da una mantella da fotocamera a lastre, sta fotografando il Canal Grande.

Non per niente si chiama Giovanni Antonio Canal, per gli estimatori Canaletto. Però, no, non è un fotografo: manca la pellicola e sta armeggiando dentro una camera ottica. Sta perpetrando un turpe crimine: proiettata al contrario su di un foglio da ricalco l’immagine di ciò che ha davanti, se ne avvantaggia per fissare le proporzioni degli oggetti. Orrore! Si vede che altrimenti non sarebbe in grado di riprodurre la realtà, dev’essere un pittore di infimo rango. E, ancora, no.

Canaletto sta semplicemente ricorrerendo ad un utile ausilio. La macchina del tempo ci riporta ai nostri giorni ed atterra a Washington DC. Entriamo alla National Gallery, e rimirando il risultato finale ci scordiamo subito dell’impiego di quell’utensile. Perché questo apologo? Perché qui il tema è: di quanti aiuti possiamo giovarci serbando la completa autorialità della fotografia? È ancora “nostra” una fotografia se parte del lavoro è facilitato?

Proprio oggidì che si è pienamente affermato il concetto di individualità artistica, nel campo della scultura e più in generale della plasmazione tridimensionale di materiali va diffondendosi una tendenza che – questa si – considero deleteria: affidare in toto ad altri la realizzazione dell’opera. Non approvo, reputando che non basti l’idea per rivendicare una piena paternità. E in fotografia

È una espressione marcatamente connotata da mediazione: scegliamo cosa fare ma poi il processo è ultimato da una macchina. Ma quanto al tasso personale di intervento, assistiamo ad una curiosa divaricazione: se passati al mondo digitale, non abbiamo più il margine consentito dalla camera oscura, ma abbiamo acquisito una moltiplicazione delle facoltà con la postproduzione al computer.

E come ai tempi dell’analogico lo sviluppatore e stampatore poteva essere persona diversa dal fotografo, con il digitale l’operatore al computer può essere un delegato (sempre meno, purtuttavia). Il quale dispone di mezzi più “invasivi” per modificare lo scatto originale. Ma non è finita qui.

Facciamo un passo indietro. Il fotografo ha in mano la fotocamera ma non ha ancora premuto il pulsante di scatto. Quando lo farà, ci sono cose la macchina farà per lui, se l’avrà incaricata in tal senso. Focheggiare. Scegliere apertura del diaframma, tempo d’otturazione, sensibilità del sensore, nelle varie combinazioni abbinatorie od esclusorie dei tre parametri. Tener conto della regola empirica del reciproco della focale, se del caso. Dosare il lampo del flash, decidere quali gradi Kelvin attribuire. Troppo?

Passiamo dalla macchina del tempo ad una automobile con il cambio automatico. Qualche retrogrado ancora argomenta che esso “fa addormentatare”. Tutt’altro. Serve a concentrarsi su ciò che è veramente importante – il procedere nel traffico – senza ovviabili distrazioni o fatiche. Le mani rimangono entrambe saldamente ancorate al volante, la gamba non “vanga” più alle prese con un obsoleto comando, il motore non rischia più di spegnersi in frangenti critici. E la sportività?

A coloro che ancora s’illudono coltivare questo aspetto, obbietto: i cambi di rapporto – nelle migliori realizzazioni, magari a doppia frizione – in tempi umanamente (cioè manualmente) inattingibili, le scalate sono parimenti rapide e indirettamente consapevoli delle pendenze. E se proprio si vuole governare il comando, un paio di palette dietro al volante soddisfano ogni residua velleità. Torniamo ora alla fotocamera

Personalmente scatterei sempre in medio formato a pellicola, per la peculiare qualità d’immagine. Ho utilizzato parecchi rollini formato 120 con una fotocamera 6 X 4,5, con una 6 X 6, con una 6 X 7, con una 6 X 9. La quintessenza della manualità, insomma. Ma anche qui: se il mercato ha sfornato un esposimetro esterno particolarmente preciso, dovrei ancora affidarmi ad un vecchio esposimetro al selenio, ormai esaurito? Altro esempio, senza bisogno di scomodare la fotografia di sport veloci: soggetti che vengono velocemente verso di me. Non focheggierò manualmente. Piuttosto,mi assicurerò di disporre di un modulo autofocus di elevata sensibilità e reattività.

Prima abbiamo considerato il caso di delega umana di funzioni: nella scultura, nella fotografia analogica, in quella digitale. Specialmente nel primo caso, è qui che l’operazione diviene discutibile: più l’apporto altrui è significativo, più si profila la dimensione di coautorialità, che considero spettro da rifuggire, dichiarata o meno che sia.

Gli aiuti tecnici mentre si opera personalmente, invece, consentono di meglio focalizzarsi sulla propria visione.

Giovanni Antonio Canal, approverebbe.

 

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Canaletto. L’ingresso del Canal Grande. 1730 dipinto olio su tela.

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