Beata isolazione

La Fotografia può fare meglio dell’occhio umano, sottraendo.

Si può vedere di meno, virtuosamente.

Scegliere.

Di fronte allo stesso numero di cose, previlegiarne alcune.

Potentissima arma espressiva, questa.

Tutti gli obiettivi macro consentono ciò in modo accentuato, ma sono condannati a farlo sul primo piano.

Con obiettivi di apertura relativa assai elevata – od elevata in combinazione con lunghe focali – il processo può avvenire ovunque le cose accadano.

Come nel caso dell’eccellente fotografia di Marco Cavina a corredo di questo brano.

Qui le cose accadono nel piano prospettico intermedio.

È lì che il mare accarezza le bolle.

È un cinquanta f1 che consente di esprimere l’amore del mare verso d’esse.

La salata distesa lambiva ogni cosa, a riva, tributando ad ognuna una singola dose d’affetto.

Perché prima e dopo vi sono altre bolle, ma Marco le rende irriconoscibili focheggiando in un preciso punto.

Il mare ama tutte le bolle, ma ciascuna come fosse unica.

Con un macro la contestualizzazione si sarebbe fatta evanescente.

Qui, no.

Tutto accade, tutto è complessivamente intellegibile, ma ogni singolo evento è meritevole di un interesse univoco.

Un predatore alato abbraccerebbe l’intera acquea distesa, ma si tufferebbe solo in un unico punto.

Sopravvivenza, in quel caso.

Sulla spiaggia, no.

Ovunque microcosmi s’agitano, sceglierne uno è tributare onore a tutti.

Onore, e struggimento.

Non lo stesso, con tutto a fuoco.

Perché il broken anch’esso accarezza.

Non vuole separazione; suggerisce morbida transizione.

Sommessamente asserisce.

Lì ho trovato cose, ma mi sarei potuto spostare con egual costrutto, dice.

Epperò, la scelta mi è regina.

Ho trovato una economia generale di pesi, e mi sono accucciato attorno a ciò che Marco ha prescelto.

Nessuna traccia di indifferenziata volgarità del tutto.

Il particolare trionfa sul generale senza rinnegarlo.

Tutto avviene dentro un bicromatismo diffuso eppur netto, di pennellate decise ma non manichee.

Definiscono masse, ma consentono osmosi.

A ciò partecipa il cielo, ma con dolce discrezione.

Più che immischiarsi, assiste.

Un dinamico equilibrio va qui in scena.

La lente di Marco orchestra, anziché riprodurre.

 

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Claudio Trezzani

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