Attorno plausibilità

Libri.

Libri in letteratura.

Finzione, eddunque.

Non saggistica, invenzione.

Già, invenzione.

Nell’etimologia latina, l’atto del trovare.

Si trova quello che c’è.

Nell’iperuranio, o sotto casa.

Ergo, l’impossibilità della pura astrazione.

Si prende sempre da qualche parte, intendo.

Ma l’invenzione può essere pilotata.

Circoscritta, ricondotta a parametri.

Siamo approdati alla plausibilità.

Romanzi, racconti.

Dalla testa del vergante alla pagina.

Riferimenti.

Il nome di un albergo.

Si va a vedere se esiste.

La descrizione di una prassi, se ne verifica la correttezza.

Errori.

Inficiano la narrazione?

Perde legittimità, il volume, così?

Basta, è il momento d’introdurre la fotografia.

Perché non cambia niente, lì.

Niente rispetto ai summentovati presupposti.

Non muta quanto al giostrar evocazione.

Lukasz Pietrzak.

L’occhio nella foglia.

C’era, quell’occhio?

O c’era, la foglia?

Quale il rapporto spaziale e temporale tra i due elementi?

Il capo, sì.

Capelli, sopra.

Ma postura retratta, o collo del maglione enfiato?

Come, enfiato?

Allo scatto o successivamente?

Come si è giunti alla composizione, ed insomma?

E una volta lì, qual’è il prodotto?

Quale la danza tra concomitanti o convergenti spinte?

Ancora, plausibilità.

E’ un governabile filo, essa.

Si ammicca al reale ad libitum.

La quantità della persistenza è un deformabile piedistallo.

E’ arnese e trampolino.

Perché su di essa s’innesta la succitata invenzione.

Volare con un piè a terra ristato.

Come coi droni.

Chi conduce è giù, ma il suo mezzo sale.

Così, la mente dell’artista.

Lukasz Pietrzak sortisce qui un mirabile equilibrio.

Uno degli equilibri cui poteva attingere.

Una delle frecce, ed ha colpito.

Lukasz ha assurto espressione intrisa di poesia.

Perché l’idea ha assunto convincente forma.

We had to tame imagination, disse Umberto Eco ad una conferenza oltreoceano.

Forse intendeva incanalare.

Ricondurre ad argini, perché il flusso sia più potente.

Stare tra l’effettività ed il desiderio.

Osmosizzare le due istanze.

Fonderle con personale cifra.

Lukasz ci riesce con felicità d’esito.

E circolarità, ma in subordine.

Altro occhio in foglia, ora, la matrice parrebbe univoca.

Non lo è, epperò.

Perché plausibilità del tutto latita.

Nessun fattuale indizio, rimane.

Una cosa così non può essere, del tutto.

Manca l’aggancio al reale.

Assai preferibile Lukasz, così.

Ciò ci fa tornare all’incipit.

Sì, libri.

Libri in letteratura.

Lukasz scrive dosando aderenza.

Mette quel che gli serve volere.

Perché il filo è malleabile sì, ma non recidibile.

 

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Claudio Trezzani

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