Apertura, lettura, movimento

Ultimamente sono stati commercializzati due droni – di marca Autel e Dji – caratterizzati dall’avere sensori di piccola taglia, generose aperture relative, dimensioni contenute entro i limiti di Legge a proposito della conduzione senza patente.

Si tratta dunque di modelli destinati a larga diffusione per tipologia di clientela, la quale si presume comprendere utenza non ferrata in materia fotografica e videografica.

Le case hanno inteso rendere appetibili tali velivoli infarcendoli di quante più funzioni mutuate dai dispositivi più grandi.

In quale misura ed in quale modo tali funzioni incidono nei risultati reali?

A tal proposito giova ordinatamente considerare aspetti.

Per questa ragione ho titolato il presente articolo “Apertura, lettura, movimento”.

Conseguentemente, enucleo le tre summentovate istanze:

  • Apertura.

Poter disporre di un accesso alla luce ampio è cosa che aiuta nella misura in cui “prevenire è meglio di curare”: consente di impostare valori più bassi di amplificazione del segnale in presenza di scenari poco illuminati.

In questo panorama si registrano differenze che stanno divenendo piuttosto sensibili:
taluni droni non scendono al di sotto di f 2,8, altri di f 2, i summenzionati nuovi modelli riescono ad attestarsi attorno valori di f 1,7.

Questo però ci porta al secondo elemento:

  • Lettura.

Questi due recenti e recentissimi esemplari si sono emendati dalla dimensione della superficie sensibile di 1 / 2,3 pollici, canonica nei droni di primo accesso.

Tuttavia, la loro dimensione non è ancora apprezzabilmente vasta.

Ed inoltre, si registrano aumentate risoluzioni che – incrementando la densità in pixel – non depongono a favore della sensibilità del singolo recettore.

Ma vi è anche un terzo componente da considerare:

  • Movimento.

In condizione di luminosità assai scarsa è essenziale poter impostare un tempo d’otturazione il più prolungato possibile, onde determinare un più favorevole rapporto – ai fini del rumore elettronico –  della “triangolazione” tempo / diaframma / ISO.

La facoltà di conseguire ciò senza incorrere nel mosso dipende da due presupposti:

  1. l’efficacia dello stabilizzatore.
  2. la stabilità del mezzo in hovering.

Intuibilmente, il comportamento tendenziale di un drone risulta favorevole in ordine al soddisfacimento del punto 2) quanto più esso è pesante.

Questo ci porta ad una riparametrazione intermedia.

La fotografia a corredo di questo brano è stata eseguita con un tempo di 0,13 secondi da un drone Dji Air 2 S, intermedio sia per ciò che attiene la dimensione del sensore che quella del mezzo.

Il dato che si ottiene è dunque “baricentrico” rispetto all’attuale offerta del mercato.

Cosa se ne ricava, tra teoria e pratica?

I succitato tempo di 0,13 secondi va considerato tenendo presente la sussistenza di un certo grado di tasso d’alea: pur a parità di mezzo e condizioni, non è garantita esatta replicabilità del risultato, stante la prevedibile circostanza che la non incursione del mosso può verificarsi o non verificarsi con lo stesso tempo d’otturazione, anche a breve distanza temporale di ritrazione.

E tuttavia, il dato conferma la dinamica di massima: un drone più piccolo avrebbe potuto rendere non sostenibile questo valore, per maggiore rischio intrinseco d’imprevedibili oscillazioni.

Per converso: la maggior sopportabilità di rumore che avrebbe avuto un modello dotato di un sensore ancora più grande avrebbe resa meno stringente la necessità di rischiosamente avventurarsi nella regione dei tempi lunghi.

Dunque, ed in sintesi: le singole caratteristiche non dicono tutto del comportamento di un drone.

Conseguentemente può essere fuorviante incentrare l’attenzione su singoli dati di targa sbandierati quale panacea.

Il prodotto finale è sempre il frutto dell’interazione di più fattori, e la presente trattazione ha inteso suscitare attenzione verso siffatto incrocio – mai scaturigine d’univocità comportamentale –  di dati.

 

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Claudio Trezzani

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