Ambiti elettivi

Nel brano “Al servizio di passionale memoria” mi ero occupato della possibilità di far convergere differenti mezzi tecnici nella realizzazione di una sessione fotovideografica, incominciando dal classico utilizzo di reflex issata su stativo, con l’obiettivo dotato di filtro a densità neutra con elevato fattore di assorbimento, abbinamento funzionale ad un determinato intento legato alla ritrazione di trabucchi, le tradizionali postazioni di pesca. In quell’articolo passavo poi a considerare l’impiego di ulteriori dispositivi, a cominciare dal drone, che effettivamente feci di seguito volare.

A corredo di queste righe mostro una foto frontale eseguita con il drone, nonché una delle foto che avevo eseguito con la reflex con simile orientamento inquadratorio. Come si vede dalla comparazione, la ritrazione eseguita con il drone è insignificante, al cospetto di quella che si deve alla reflex. Il paragone mi fornisce l’occasione per svolgere due diversi ordini di considerazioni. Il primo: i droni costituiscono un ausilio sommamente prezioso, ma occorre sempre contestualizzare il loro ruolo. Vi sono cioè occasioni nelle quali il loro impiego cede rispetto al ricorso a dispositivi di diversa impostazione.

Nello stesso tempo, la terza foto a corredo di queste note, quella che illustra una rete vista dall’alto, rivela come alcune inquadrature siano semplicemente impossibili da dispositivi altri rispetto ai droni. In sintesi: il fotografo può pensare a sé stesso come ad un pittore, non quanto ad esiti ma in relazione al rapporto con i mezzi. Egli dispone di una policromatica tavolozza e di una varietà di pennelli, con i quali può giostrare a piacimento senza mai perdere di vista il fine, che risiede nel risultato, piuttosto che nei mezzi stessi. Il secondo ordine di considerazioni: l’impiego del filtro a densità neutra ci porta alla faccenda dei prolungati tempi d’otturazione, e più in generale agli artifizi espressivi ad essi legati.

Così, avendo anche menzionato i droni, l’occasione mi è propizia per svolgere una considerazione relativa ad una deleteria moda che va diffondendosi tra droni, action cameras e persino telefonini: i timelapses, i motionlapses e gli hyperlapses. Sono proposti in chiave automatizzata, e corrispondono a tre effettive prassuali differenze, ma hanno in comune un fattore: la loro patetica inadeguatezza.

Ciò in quanto manca un elemento che configura condizione necessaria ma non sufficiente: lo stativo. Senza di esso ciascun tentativo non può che confluire nel vasto limbo delle immonde porcherie.

A ciascuno il suo, ordunque, in un virtuoso disegno complessivo in cui ogni dispositivo trova complementare collocazione in un peculiare impiego in grado di esaltare le sue doti, senza sconfinare in ambiti applicativi con non gli sono congeniali.

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