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Alla ricerca della focale perduta

Vedete il filmato allegato a questo brano?

Meraviglioso effetto, non trovate?

Si tratta di girare vorticosamente attorno ad un soggetto, ma mantenendo  fisso il puntamento ad esso.

Il risultato è una sequenza che intrigantemente combina stabilità e mobilità.

Come è stato realizzato?

Qui c’entra Proust.

Che non cominciò subito con una madeleine: prima provò con pain grillé, indi con biscotto.

Ad ogni modo, si trattava di qualcosa che aveva già assaggiato.

Coi droni, invece, i teleobiettivi, quasi mai stati.

Andiamo dunque alla ricerca della focale perduta, parafrasando il sommo scrittore.

Perché sì, per un filmato come quello che avete visto l’ideale è impiegare un drone.

Ma per ottenere precisamente l’effetto descritto, ci vuole un teleobiettivo.

E qui principiano i problemi.

Sembra incredibile, ma tutt’ora la stragrande maggioranza dei droni monta focali grandangolari, a meno di non avvicinarsi pericolosamente ai diecimila euro, o addirittura superarli di slancio.

È  anche una questione di rapporto tra qualità e versatilità:  esiste un drone – di marca Walkera – che molto lodevolmente offre uno zoom 18X, ma alle focali più lunghe vistose aberrazioni imperversano, ed il modello è dotato di un sensore di soli due terzi di pollice. Non che sia un modello poco riuscito: risponde perfettamente ai suoi scopi ricognitivi, e può dunque essere impiegato con notevole profitto dalle aziende, specie se del settore energetico.

E la concorrente Dji?

Ha fatto marcia indietro: mentre la prima versione del suo modello Inspire poteva montare come focale maggiore uno Zuiko 45 mm che corrispondeva – come angolo di campo – a un 90 mm sul formato Leica (essendo il sensore prelevato dal noto consorzio Quattro Terzi), oggi la focale più lunga è un “normale”.

Così, allo stato attuale, l’unico modo di poter spaziare con le focali a bordo di un drone senza rinunciare alla qualità è dotarsene di uno in grado di trasportare la propria reflex (credere di risparmiare significativamente peso con una mirrorless è illusorio: l’obiettivo è sempre ponderoso).

Per far ciò, purtuttavia, i costi divengono davvero proibitivi.

In più, si tratta di esemplari venduti semiassemblati, per cui si tratta di munirsi di cacciavite ed un minimo di competenza meccanico/elettronica.

La situazione è veramente paradossale: con una fotocamera digitale “terrestre”, per converso, basta pescare nel cestone delle offerte di un ipermercato e per una cinquantina di euro si avrà uno zoom piuttosto esteso.

È una grave lacuna a cui spero i costruttori vorranno ovviare: i droni ormai hanno raggiunto una certa maturità sotto una molteplicità di aspetti, tale da renderli in grado di rispondere ad esigenze professionali sul piano del linguaggio, ma la suesposta limitazione pesa come un macigno quanto a piena estrinsecazione delle modalità espressive.

 

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Claudio Trezzani

https://www.saatchiart.com/account/artworks/874534

 

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