Alessandro Manzoni & la Profondità di Campo

In “Il Doppio Tema” anticipavo che in una seguente trattazione mi sarei occupato del rapporto tra qualità ed opportunità, in relazione al modo di conseguire una maggiore profondità di campo a scapito della resa ottica, mediante un sensore di taglia inferiore a parità di altri fattori impostativi.

Eccomi qui.

I filmati di riferimento sono gli stessi sebbene in quell’articolo illustrassero differenti concetti.

Qualità ed opportunità, dicevo.

O dell’utile e dilettevole.

Già, l’Utile e Dilettevole.

Siamo usi proferire quest’espressione con levità – persino facendone ragione sociale di esercizi commerciali e rivestendone insegne – semiconsci d’usurarne l’impiego.

Ma la paraiodiomatica locuzione – per come è stata posteriormente sunteggiata – si deve allo scrittore milanese che non disdegnava lacustri suggestioni.

Per Alessandro l’utile è lo scopo della narrazione, mentre il dilettevole – lo scriveva al marchese D’Azeglio – deve discendere dal vero, pur se anche una falsa rappresentazione ne può suscitar percezione.

Già, il Vero.

Sapete, il Vero che vediamo noi è frutto della capacità compensativa del cervello.

Che elabora ciò che l’occhio cattura, elargendo una visione che la massimizza, la profondità di campo.

Massimizza, appiattendo, non ci fossero altri elementi in gioco.

E ci sono, i suddetti elementi.

Sapete, quando siamo in un luogo ne godiamo aria, profumi, suoni, e conscietà fisica della nostra posizione in esso.

In fotografia, la restituzione riproduttiva è mediata e differita.

Ed il prodotto è bidimensionale.

Così, un efficace modo di evocar pluriplanarità è ridurre la profondità di campo, veicolando la porzione nitida dell’inquadratura ad un soggetto meritevole di focalizzazione.

In tal guisa indirizzare lo sguardo è al contempo interpretare.

Eppoi, la poesia della soffusa matericità.

Sì, la poesia della soffusa matericità.

Sapete, talora uso il 105 mm f 2,4 alla massima apertura sulla Pentax 6 X 7 a pellicola.

Ed ho avuto il raffaellita – tale la cifra stilistica, da pittura a fotografia – Nikon 300 mm 2,8.

Ecco, avete capito cosa intendo.

E la generosa taglia del supporto sensibile – pellicola e sensore, il ragionamento è parimenti applicabile – oltre alla facoltà di ridurre – ai fini espressivi – la profondità di campo a parità di ulteriori impostazioni, apporta anche una maggiore qualità ottica, e dunque una più convincente delibabilità dello scatto.

Mai vi sono situazioni in cui il dilettevole – nel senso più alto, o se preferite profondo, del termine – diviene giocoforza – ed obtorto collo – farsi ancillare rispetto all’utile.

E’ ciò che avviene nel secondo filmato tra i summentovati.

Qualità ottica stomachevole, se comparata a quella dell’altra sequenza – ma gli è – ancora, manzonianamente – che serviva – era funzionale alla narrazione per immagini – una profondità di campo estesa, per rendere intelligibile ogni cosa, dal ciuffo d’erba a breve distanza dalla fotocamera, ai monti posti all’infinito.

Perché allora non chiudere molto il diaframma su di un obiettivo abbinato ad un grande sensore?

Il mostro da evitare ha nome Diffrazione.

Sapete, tendo a non osare più di f 8 / 11 sul formato Leica.

Poco di più su medio formato.

Oltre, la resa è mortificata.

Sapete l’unica situazione in cui ho potuto accettabilmente conciliare i due estremi – convincente compromesso tra profondità di campo estesa e resa ottica – è stato in un caso limite:
quando usavo a f 11 su formato Leica un 12 mm.

Con questo abbinamento, focheggiando all’iperfocale si otteneva una profondità di campo che spaziava dalla minima distanza di messa a fuoco all’infinito.

Diversamente, si tratta di un difficile bilanciamento tra istanza documentaria e generazione di porcherie.

Ecco, come già ebbi a scrivere, la Fotografia:

ingegneria e poesia.

La tecnica è imprescindibile nella misura in cui concorre al risultato.

E la poesia si libra ogniqualvolta una consapevolezza prassuale si fonde con la fervorosità di un intento.

 

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Claudio Trezzani

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