Ai tempi dei lucernari

Meglio i tempi dei lucernari rispetto a quelli dei lupanari.

Lucernari?

In Fotografia, epitome ne è quello dello Studio Alinari.

Copiosa morbida luce da lì entrava, a beneficio dei celeberrimi fotografi Giuseppe, Leopoldo e Romualdo Alinari.

Oggidì quegli stessi lucernari rischiarano più danarosi privati – “lofts” usano appellarli coloro che abitano in luoghi di quel genere – che ferventi artigianali opre.

Ma com’era la Fotografia quando sotto a quei riquadri vetrati insistevano studi fotografici?

Ciò ci conduce ad un aspetto collaterale: le pubblicità dell’epoca.

In esse imperava una grafica di sapore razionalista, non senza studio e sapienza.

Ed il contenuto?

Sapete, l’ Alinari di Lodi – ma ogni città ha una storia in proposito – era lo Studio Tronchini.

Una analisi comparata dell’abbondante e variegata inserzionistica relativa a questa commerciale impresa fornisce vividi indizi di come si concepiva e faceva Fotografia, all’epoca.

Numerosi gli spunti estrapolabili da quei pubblicati trafiletti.

Può una stampa essere “signorile”?

Lo pensava Nino Tronchini.

Certo iperbole non priva di tronfietà.

Ma anche fierezza di ruolo.

Di quando la Fotografia era una cosa più seria e meditata, in dipendenza dalle procedure non assolvibili con sbrigatività.

E così, calcistici portieri in braghe similmontanare in lotta con tempi d’otturazione non fulminei e focheggiature problematiche.

Marinettiani ingranaggi a simboleggiare la paraculturale furia del produrre.

“Ditta specializzata nel trattamento Leica”, poi un articoletto ne decanta incomparabili implicazioni.

La parola “foto” plurimamente composta in una roggia, più che protopostproduzione, archeologia della specifica branca.

Donne al marino bagno, tra coloniali marzialità e castigati indumenti.

“Rapidità delle consegne”, ci ricorda di quanto l’elemento rivestiva maggiore pervasività rispetto all’odierno risultato dell’equazione.

Arte, industria e diletto, o del coprire ogni esigenza del settore.

Come fotografare all’infrarosso, in un momento in cui ci si occupava pure di “porcellane”.

Un occhio strizzato agli agricoltori, sorta di food photography ante litteram.

Una folding issata su di un poliedro che allude a pellicolare contenitore, non senza escheriane suggestioni.

Reportage, quello lo si diceva anche allora.

Il virtuosismo tecnico d’inscrivere fotografia in freccia.

Tensi Teacromo 18 / 10 DIN, definizione carneadiana ai nostri orecchi.

Orecchi, e …orecchiette: chi le ricorda ai quattro angoli di ogni stampa, nei raccoglitori?

Ecco, un come eravamo.

Prassi mutano, non desideri.

Il desiderio di fissare il tempo.

Avanzando l’età d’ognuno, struggimento ogni cosa pervade.

 

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Claudio Trezzani

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