Abbeverarsi al(la) Fontana

Nel precedente articolo – trattando di focali – mi ero soffermato sulla proficuità di non arrestarsi di fronte alle più scontate modalità d’impiego.

In questo proseguo sottolineando la proprietà di affrancarsi da un diffuso ma frusto τόπος, quello che vuole le focali grandangolari terreno d’elezione esclusivo per fotografie di panorami.

Basterebbe quale supremo mentore Franco Fontana a smantellare questo luogo comune, ma non vi è una necessità univoca di ancorarsi ad un singolo autore.

Piuttosto, giova avvalersi del postulato che la fotografia è scegliere.

Partendo da questo assunto, un maggiore rapporto d’ingrandimento s’offre a quella esigenza espressiva d’isolazione che conferisce vigore ad una inquadratura.

A corredo di questo brano abbiamo una immagine di Michele Signorile ed una di Eugenio Guasco, entrambe ariose.

Ariose, ma non grandangolari.

Credete al fatto che quella di Michele è stata scattata a 73 mm e quella di Eugenio a 75 mm?

Certo, la fotografia di Michele reca indizi di compressione di piani, ma essi si snodano – con una assai stimolante articolazione di cromie giustapposte a piani prospettici, e di graduato formuale dialogo grafico – in una composizione che suggerisce ampiezza.

E quella d’Eugenio, un capolavoro di trasformismo.

La focale è 75 ma l’immagine suona di polifonica dilatazione.

Come fosse grandangolare, il respiro è denso e possente.

E nel margine destro dell’inquadratura, il tocco magistrale.

Due mongolfiere ascendono, ma timide in proporzioni.

Sarà perché Eugenio di professione è un prestigioso accademico ferrato nei tempi che furono, ma l’immagine così assurge a potente allegoria del passato rapporto umano con il divino, e con l’anelito – una faticosa anabasi – verso una dimensione escatologica.

Tutto ciò la Fotografia può.

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Claudio Trezzani

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