DJI Osmo Pocket

Attraverso i decenni figure accademiche di eterogenea estrazione hanno trattato quella che chiamerò Visuale Permeazione: l’influenza che – tra conscietà e subconscio – le immagini determinano nelle persone, afferendo vari aspetti comportamentali e sociali. Le peculiarità di questa influenza risiedono nelle singole prassi di ritrazione adottate, le quali trovano espressione e limite nelle caratteristiche dei dispositivi utilizzati. Difficile di volta in volta appurare in che forma la subliminalità agisca, ed in proposito accenno ad un esempio: odo ancora qualcuno lamentarsi che in determinate foto il soggetto si trova con la parte sommitale del cranio elisa, mostrando di reputare un incidente ciò che in realtà è un intento, e questo da parte delle stesse persone che, nel corso della loro vita, hanno assistito a migliaia, decine di migliaia di sequenze e fotografie in film e riviste ove tale topos visuale è consapevolmente ricercato. Al lordo di prassi ed intenti, l’impatto sui destinatari  delle immagini è correlato alla dimensione quantitativa della diffusione e qualitativa dell’utilizzo. All’interno di quest’ultima istanza è significativo l’apporto trasversale delle categorie di utilizzatori, oltre che di fruitori. Ovvero, chi usa cosa e perché.

Questo ci porta alla recensione del Dji Osmo Pocket.

Gli americani, con il loro approccio pragmatico alla realtà, hanno ereditato qualcosa della icastica linguistica lapidarietà che era dei latini.  Una cartesiana concinnità  scevra da eleganza, ma corollario di una attività in cui la definizione è modellata e rafforzata dall’uso pratico. Insomma: ci sono delle cose al mondo che fanno precipuamente ed estensivamente loro, e che filtrano attraverso la loro sensibilità diretta e mirata all’azione. In questo caso, a proposito del Dji Osmo Pocket, la definizione che più ho udito circolare di bocca in bocca è “game changer”. Lo è, come m’accingo esplicitare. Si tratta di una videofotocamera compatta sorretta da uno stabilizzatore meccanico a tre assi sovrapposto ad una impugnatura a cilindro per l’uso a mano libera. Per comprenderne l’ambito d’elezione, occorre addentrarsi nelle caratteristiche tecniche e correlarle a quanto già realizzato dalla casa produttrice. Cominciando dal software: l’Osmo Pocket eredita parte delle tecnologie di riconoscimento facciale ed inseguimento/posizionamento del soggetto già viste non solo sui suoi predecessori di pari impostazione, ma anche sui più recenti droni. In questo senso il modello  rappresenta ideale complemento terrestre ai noti quadricotteri. Pensiamo all’orbitazione attorno all’oggetto prescelto. Immaginiamo di effettuarla incentrata sul campanile di una abbazia di campagna. Bene, questa abbazia probabilmente recherà un chiostro all’interno, con un giardino in cui si trova un pozzo le cui superfici esterne sono istoriate da decorazioni. Useremo ancora il drone per illustrare questi manufatti, dopo averlo impiegato per il campanile? No, l’Osmo Pocket ci può essere di prezioso ausilio al riguardo. Potremo effettuare una carrellata laterale nel camminamento che circonda il chiostro, gradatamente disvelando il suo interno attraverso le arcate del colonnato che troveremo. Indi focalizzeremo la nostra attenzione sul pozzo o fontana, girandoci attorno con fluida progressione ed esattezza inquadratoria. Il tutto senza rumore, rischio, vibrazione. La declinazione dello stabilizzatore meccanico montato sull’Osmo Pocket, infatti, nonostante le esigue dimensioni rivela un apprezzabile grado di maturità progettuale ed esecutiva, situandosi un gradino al di sopra delle realizzazioni basate su stabilizzatore digitale od anche ottico nel sistema di lenti. Si può camminare brandendolo, e il filmato non denuncerà disomogeneità. L’Osmo Pocket può quindi essere validamente inserito in un workflow professionale che si giovi di un apporto composito di dispositivi?

Per rispondere, occorre operare dei distinguo.  La dimensione del sensore che ospita costituisce ad un tempo tallone d’Achille ed opportunità. E’ un sensore da 1 / 2,3 pollici, interfacciato ad un obiettivo a focale fissa con un angolo di campo di ottanta gradi (ciò che si ottiene con un obiettivo di 26 mm se abbinato ad una superficie sensibile di formato Leica), con apertura fissa di f 2,0. Se il suo essere tallone d’Achille è evidentemente correlato alla sua ridotta dimensione (con le relative negative ricadute su rumore elettronico da amplificazione del segnale, gamma dinamica e nitidezza) il fatto che per converso rappresenti una opportunità  deve essere spiegato concedendoci una breve digressione. Vi sono validissimi stabilizzatori meccanici abbinati ad impugnatura in grado di sopportare e supportare fotocamere e videocamere di categoria ed ingombro superiore. Avremo così una migliore qualità d’immagine, ma il punto centrale è: allo stato attuale della tecnica non esistono ancora sistemi autofocus che nella focheggiatura continua assicurino una affidabilità del tutto soddisfacente. Le più recenti realizzazioni, specie quelle caratterizzate da una ibridazione tra punti AF a rilevamento di fase e di contrasto, siglano dei notevoli passi in avanti in accuratezza, ma a tutt’oggi non è raro assistere ancora a discontinuità ed errori interpretativi. Ecco perché il sensore non grande montato sulla Osmo Pocket rappresenta una opportunità: la sua ridotta superficie reca in dote una maggiore profondità di campo, a parità di altri fattori. Così l’errore interpretativo di messa a fuoco in cui il dispositivo può eventualmente incorrere minimizza il suo impatto negativo nella percezione visiva, riducendo l’entità del confronto tra porzioni dell’inquadratura. Del resto la più estesa leggibilità generale dell’immagine non preclude un minimo di stacco dei piani, mercè la generosa apertura relativa e la focale meno grandangolare rispetto alla media del settore, all’ovvia condizione che il soggetto non sia lontano dal dispositivo e che tra questo e lo sfondo intercorra una apprezzabile distanza. Circostanza questa comune nei casi in cui l’Osmo Pocket non sia rivolto nella direzione opposta di chi lo brandeggia, bensì verso di esso. E’ questa la condizione operativa propria dei così appellati vlogger, coloro che commentano i loro viaggi o varie altre situazioni puntando su di sé l’obiettivo e mostrando nel contempo l’ambiente circostante.

Questo ci conduce di nuovo all’obiettivo montato sull’Osmo Pocket, per considerazioni che vanno al di là dalle mere implicazioni tecniche, pur includendole: velocemente ricordato che la generosa apertura fissa, non corredata dalla graduazione del diaframma, abbinata ad un tempo massimo di esposizione alla luce di 1/8000 rende necessario nelle situazioni di maggiore luminosità dotarsi di filtri a densità neutra (disponibili in opzione), l’aspetto saliente è: l’obiettivo si comporta da grandangolare rettilineare (al netto della correzione effettuata automaticamente in macchina). Perchè sottolineo ciò? La ragione è: sebbene il terreno d’elezione di questo dispositivo non coincida con quello delle action camera (differenze e similarità potranno essere oggetto di separata trattazione), nella realtà dei fatti – presenti e vieppiù in futuro – l’Osmo Pocket è e sarà sempre più  utilizzato da chi pratica giornalismo “istantaneo” o anche più meditato. La conseguenza non è secondaria, e si esplica su più livelli. Banalmente, sempre più ci sarà risparmiata la visione di orizzonti curvi e oggetti “indebitamente sferici”, inflitta ai frutori da parte della folta schiera di operatori improvvisati che al momento usano action camera con obiettivo fish eye a supporto dei loro documenti. A livello più profondo, la correttezza prospettica conferirà in dono, con la maggior fedeltà documentaria, una esortazione all’impegno e alla ricusazione della sciatteria. Naturalmente, potrei proseguire lungamente questa disanima, onde soffermarmi su ulteriori aspetti dell’Osmo Pocket, il che potrà avvenire in seguito. Al momento il mio intento si è incentrato sulla necessità di illustrare come anche un piccolo dispositivo può apportare notevoli conseguenze e modificazioni nella comune percezione della realtà fotografica e videografica, per aspetti che si intrecciano con psicologia e socialità.

Claudio Trezzani, all rights reserved.

Claudio Trezzani
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