Velocità e lentezza

© Roberto Besana 

 

Ando Gilardi sosteneva che per scrivere seriamente sulla fotografia era indispensabile avere lavorato molto con la fotografia: solo così si poteva conoscere realmente come “funziona” l’immagine ottica che si forma automaticamente all’interno dell’apparecchio fotografico. Chi oggi inizia a fotografare servendosi di uno smartphone non può avere nemmeno una pallida idea di che cosa sia un’immagine fotografica: ritengo infatti indispensabile partire dalle origini dell’immagine “dipinta” dal sole, conoscere le tecniche principali inventate per produrla, trascorrere non poche ore in una camera oscura per sperimentare come si ottiene un’immagine ottica analogica, studiare come “influenza” l’immagine la scelta dell’obiettivo, la profondità di campo, il tempo selezionato per prelevarla, per dire solo di alcune fondamentali conoscenze. Quando a scuola introducevo le alunne e gli alunni alla conoscenza della fotografia, ricordo ancora la loro meraviglia nello scoprire che l’immagine ottica si formava, in una scatola per scarpe trasformata in camera oscura, capovolta e invertita: una semplice informazione che, non casualmente, tanti che hanno la presunzione di scrivere sulla fotografia non posseggono. E sia chiaro che con quanto scritto sopra non intendo neppure minimamente sminuire l’importanza dell’immagine digitale, la meravigliosa evoluzione dell’immagine ottica che ne ha permessa una enorme, prima inimmaginabile, socializzazione.

Sebbene a un primo superficiale sguardo, complice l’ossequio all’imperante lingua inglese, la bella fotografia di Roberto Besana possa sembrare essere stata prelevata in paesi dove quella lingua viene parlata, in realtà il mio amico si trovava nella Stazione Centrale di Milano. La scelta di un tempo lungo di esposizione – responsabile dell’effetto comunemente detto “mosso” – enfatizza la reale velocità delle persone che scendono e salgono sulle scale mobili, ed è proprio quello che Roberto Besana voleva comunicare: l’ansia di muoversi sempre più velocemente, senza chiedersi, sono parole con cui ha commentato la sua immagine, «per andare dove, verso quale progresso?».

Questa immagine mi ha fatto tornare in mente due ricordi lontani: un film geniale, che consiglio caldamente di vedere: Lavorare con lentezza, di Guido Chiesa ( Italia 2004 ); e Il bosco incantato ( Lost Dreams Editions 2008 ), un saggio iconologico sulle “sconosciute” «immagini della fertilità», come le chiamava Ando Gilardi, e sullo “sconosciuto” immaginario sessuale dei lavoratori delle industrie, un testo che avevo scritto e illustrato pensando agli operai morti bruciati in una fabbrica a causa della inadeguata manutenzione: la ThyssenKrupp di Torino, l’industria che ha prodotto, se non mi sbaglio, le scale mobili fotografate da Roberto Besana.

Nello Rossi 

 

 

 

 

Roberto Besana (1954), nasce a Monza, risiede a La Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della De Agostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all’attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana “Fotografia e Parola“ di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sul periodico .eco e NOCSensei I suoi ultimi libri pubblicati - L’albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L’acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022. Nello Rossi è nato a Genova nel 1947, è emigrato a Milano nel 1973, dove ha insegnato qualcosa e appreso molto nei Corsi 150 ore per lavoratori. Verso la metà degli anni Ottanta ha avuto la grande opportunità di conoscere Ando Gilardi e di collaborare a Fhototeca. Da nove anni condivide su varie bacheche in Facebook le proprie riflessioni sulle immagini (“Una foto al giorno leva l’ignoranza di torno”, “Cartoline a Ponzone”, “Cartoline a Ponzone in ritardo”).

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