© Roberto Besana
Grazie allo strumento riprodotto nella bella e curiosa fotografia di Roberto Besana, per anni, innumerevoli immagini televisive sono entrate nelle nostre case e rese visibili sullo schermo della televisione, che, come cantava Enzo Jannacci, «la t’endormenta cume un cuiun». Oggi, le antenne televisive stanno avviandosi verso il pensionamento, ma, come mi scrive con sottile ironia Roberto Besana, «hanno ancora una loro utilità»: nelle città, dove gli alberi spesso scarseggiano, queste strutture metalliche si prestano a diventare degli indispensabili succedanei atti a offrire un sicuro luogo di riposo per gli uccelli migratori.
Se si vuole scrivere, seriamente, la storia delle immagini, si deve necessariamente parlare anche della televisione. La televisione, infatti, sa riprodurre tutte le immagini prodotte precedentemente con le tecniche più diverse, cui però aggiunge la presa in diretta di un avvenimento e la diffusione simultanea e capillare delle immagini a un costo irrilevante.
George Orwell aveva immaginato, nel suo distopico 1984, che la telecamera sarebbe stata usata per controllarci con il suo onnipresente occhio inquisitorio; ma, in realtà, si è poi scoperto che è molto più redditizio, per chi detiene le varie forme di potere, invece di controllarlo, “addomesticare” il teleutente, fornendogli la piacevole, ma fallace, sensazione di pensare autonomamente: il successo politico conseguito dalle televisioni berlusconiane hanno dimostrato con chiarezza quale sia la forza persuasiva delle reti televisive nei confronti di chi le usi come unico mezzo di informazione.
Giorni fa ho riletto un prezioso saggio di Curzio Maltese, di cui avverto quotidianamente la precoce scomparsa: La bolla. La pericolosa fine del sogno berlusconiano (Feltrinelli 2009). A pagina 64 ricorda Alberto Manzi, un nome che ai giovani dice meno di niente, ma che nei primi anni della televisione italiana – negli Stati Uniti d’America le trasmissioni televisive erano iniziate alla fine della seconda guerra mondiale, da noi nel 1954 – era parecchio noto: gestiva il programma televisivo Non è mai troppo tardi, una trasmissione che aveva fatto prendere la licenza elementare a un milione e mezzo di analfabeti.
«Tornò a fare il maestro. – scrive Curzio Maltese – Allora non si diventava ricchi con la televisione. Manzi riempiva i registri e le pagelle con un timbro: “Fa quello che può, quel che non può non fa”. Per questa ragione fu sospeso dall’insegnamento nel 1981, con provvedimento disciplinare del ministero dell’Istruzione». Un luminoso esempio di ingratitudine, ma anche la chiara metafora di un’occasione mancata: la televisione sarebbe potuta essere tutta un’altra cosa.
Nello Rossi











