“Sacralità” perduta

© Roberto Besana

Anni fa, mentre aspettavo, nella Stazione Centrale di Milano, che si formasse il treno per Genova, avevo visto un anziano contadino che consumava un pasto frugale, seduto su una delle grandi panchine di granito che mi sembra non ci siano più. Quello che aveva attratto la mia attenzione erano i suoi gesti lenti, precisi, verrebbe da scrivere “sacrali”, con cui tagliava, su un fazzoletto usato come una piccola tovaglia, e portava alla bocca un po’ di formaggio, pane, cipollotti e pomodorini.

Si intuiva facilmente che era del tutto consapevole di che cosa stesse mangiando: quasi sicuramente, del tutto o in parte, cibo prodotto da lui. Era facilmente avvertibile che quel contadino conosceva bene il tempo che era stato necessario per produrlo, la cura e l’attenzione che erano state necessarie perché il suo lavoro diventasse il cibo con cui stava nutrendosi.

Mi è tornato in mente quel lontano mezzogiorno primaverile, osservando l’intrigante “polittico” che l’amico Roberto Besana mi ha proposto di commentare. Sono immagini che documentano una delle fasi finali della preparazione del pane: quando viene steso su un lenzuolo e si lascia riposare in attesa che il lievito completi la sua azione. E credo proprio che anche Roberto Besana sia stato spinto a prelevare queste immagini attratto dai gesti attenti, amorevoli, della donna anziana: gli era sembrato, mi ha scritto, che trattasse il pane «quasi come un figlio».

L’unica, autentica, “sacralità” che l’apparecchio fotografico sa documentare è la riproduzione della vita e la produzione di quanto è necessario per mantenerla: che poi, anche se i libri di “storia dell’arte” non ce lo dicono, sono i primi soggetti che i nostri lontani antenati hanno sentito il bisogno, circa 40.000 anni fa, di rappresentare nelle caverne.

In seguito, purtroppo, a causa di paradossali religioni, la prima si è trasformata in quella che, con stupida parola, viene definita “pornografia”; e la seconda, essendosi perso quasi del tutto il rapporto diretto con la terra e gli animali, è diventato un inconsapevole consumo: ricordo ancora come fosse ieri le espressioni di stupito disgusto delle mie allieve e dei miei allievi quando avevo “rivelato” loro che i contadini spargevano lo stallatico nei campi dove avrebbero seminato il grano.

Nello Rossi

 

 

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Roberto Besana (1954), nasce a Monza, risiede a La Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della De Agostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all’attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana “Fotografia e Parola“ di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sul periodico .eco e NOCSensei I suoi ultimi libri pubblicati - L’albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L’acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022. Nello Rossi è nato a Genova nel 1947, è emigrato a Milano nel 1973, dove ha insegnato qualcosa e appreso molto nei Corsi 150 ore per lavoratori. Verso la metà degli anni Ottanta ha avuto la grande opportunità di conoscere Ando Gilardi e di collaborare a Fhototeca. Da nove anni condivide su varie bacheche in Facebook le proprie riflessioni sulle immagini (“Una foto al giorno leva l’ignoranza di torno”, “Cartoline a Ponzone”, “Cartoline a Ponzone in ritardo”).

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