© Roberto Besana
«Pensa che questi attrezzi – ha scritto il mio amico Roberto Besana inviandomi questa sua bella fotografia – potranno tra breve trovare posto in un museo della civiltà alpina e chissà se qualcuno ancora saprà quale è stata la loro funzione».
Uno dei primi soggetti scelti da William Fox Talbot per le sue calotipie è stata una scopa appoggiata al muro di un ripostiglio, ripresa nella luce tagliente del mezzogiorno, un’immagine in apparenza banale, ma a giudizio di Ando Gilardi «terribile», perché in realtà poteva essere vista come l’inizio della fine delle immagini ieratiche: quello strumento, documentato otticamente, avrebbe iniziato a scopare via millenni di fantasie, insieme al relativo potere di pochi, rappresentate dalle immagini manuali che hanno visualizzato le religioni.
Gli strumenti sono prolungamenti del nostro corpo, un bastone è il prolungamento del nostro braccio che ci permette di prendere un frutto altrimenti irraggiungibile. L’apparecchio fotografico è uno strumento un po’ particolare, un prolungamento dell’occhio, che però interessa anche la nostra mente: quando il nostro sguardo da effimero diventa stabile, ci si offre una nuova occasione di guardare con attenzione quanto si era presentato frettolosamente davanti all’apparecchio fotografico e di osservare particolari che erano passati inosservati nel momento della ripresa: tanto per il fotografo quanto per chi guarderà l’immagine ottica. E non di rado, grazie a questo sguardo prolungato, certi particolari possono diventare responsabili di una “lettura” del tutto nuova dell’immagine.
Nello Rossi











