© Roberto Besana

 

Qualche secolo fa, per vedere le immagini – come ci ricorda il sonetto di Francesco Petrarca “Movesi il vecchierel canuto et biancho, in cui si dice di un anziano che vuole andare a Roma “per mirar la sembianza di colui / ch’ancor lassú nel ciel vedere spera” – ci si doveva spostare. Quando, dopo un lungo e faticoso viaggio, si raggiungeva il luogo dove l’immagine era conservata, si dedicava molto tempo per osservarla con attenzione.

Le cose hanno iniziato a cambiare quando si è avvertita l’esigenza di riprodurre le immagini, prima con la tecnica xilografica, seguita dall’incisione e poi dalla litografia, che, per quanto riguarda la comunicazione, ha avuto una vita breve perché superata dalla scoperta dell’immagine totalmente automatica: grazie alla riproduzione iconica, sono le immagini che hanno iniziato a spostarsi. Ma si dovrà aspettare che si trovi la tecnica per “sporcare” le fotografie con l’inchiostro tipografico, cioè poterle stampare sulla carta comune insieme alle parole, perché le immagini ottiche possano diventare uno strumento di comunicazione di massa. Con le immagini digitali in internet assistiamo a una diffusione iconica prima nemmeno immaginabile. Ma il progressivo aumento delle immagini disponibili è ora inversamente proporzionale al tempo che dedichiamo per guardarle.

Ando Gilardi sosteneva che c’è uno stretto rapporto fra il tempo necessario per produrre un’immagine e il tempo che impieghiamo per guardarla. Detto diversamente: guardiamo più a lungo un’immagine dipinta, per realizzare la quale sono state impiegate numerose ore di lavoro, che una fotografica, prelevata in una frazione di secondo. Che probabilmente è quanto voleva comunicarci Roberto Besana con questa sua pregnante fotografia. Ma sono convinto che il mio amico fotografo ritenga che anche l’immagine ottica, nonostante il tempo brevissimo necessario per prelevarla, necessiti, per essere davvero guardata, di un tempo molto più lungo di quello che solitamente le dedichiamo. «Meglio ancora sarebbe – mi ha scritto il mio amico fotografo inviandomi questa sua fotografia – che ci fossero delle parole, scritte da chi ha prelevato l’immagine ottica o da una persona di cui il fotografo abbia piena fiducia, che ci accompagnino nella nostra attenta lettura dell’immagine».

Nello Rossi 

 

 

Roberto Besana e Nello Rossi
Roberto Besana (1954), nasce a Monza, risiede a La Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della De Agostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all’attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana “Fotografia e Parola“ di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sul periodico .eco e NOCSensei I suoi ultimi libri pubblicati - L’albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L’acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022. Nello Rossi è nato a Genova nel 1947, è emigrato a Milano nel 1973, dove ha insegnato qualcosa e appreso molto nei Corsi 150 ore per lavoratori. Verso la metà degli anni Ottanta ha avuto la grande opportunità di conoscere Ando Gilardi e di collaborare a Fhototeca. Da nove anni condivide su varie bacheche in Facebook le proprie riflessioni sulle immagini (“Una foto al giorno leva l’ignoranza di torno”, “Cartoline a Ponzone”, “Cartoline a Ponzone in ritardo”).

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