© Roberto Besana

 

Anche se ignoravano la storia delle immagini, i prelati romani avevano intuito benissimo, poiché conoscevano sufficientemente l’animale “creato a immagine di Dio”, quale sarebbe stato il più che ovvio uso dell’apparecchio capace di conservare automaticamente il riflesso luminoso di quanto si trovava davanti all’obiettivo: che poi era stata la prima, o tutt’al più la seconda immagine realizzata manualmente, quando lo sviluppo della mente umana aveva generato la capacità simbolica.

Era stata la paura provocata da quella pericolosa concorrente iconica – se ne è già scritto in alcune note precedenti – a far emanare un editto in cui si minacciavano pene assai severe per l’uso “improprio” dell’apparecchio fotografico, e a obbligare chi volesse detenerlo di chiedere un permesso scritto, come oggi è necessario per andare in giro con un’arma.

Quell’astorico, puerile e del tutto inutile tentativo di ostacolare la diffusione degli apparecchi fotografici era dovuto alla semplicità e alla fedeltà con cui la nuova tecnica iconica sapeva prelevare  e moltiplicare le immagini. Per rendersi conto di quanto l’immagine ottica fosse temuta dai padroni della religione cattolica, si pensi che per anni è stato vietato fotografare Il peccato originale affrescato da Michelangelo sulla vôlta della Cappella Sistina: spersa fra le tante immagini dipinte dal grande «scultore», come amava definirsi, quella personale interpretazione del primo peccato poteva anche, come di fatto ha potuto, passare inosservata; ma non quando veniva “inquadrata”, isolata dalla confusione iconica che la circonda: scopo della sessualità può anche non essere quello, conforme all’ordine divino, di crescere e moltiplicarsi. Ma le «immagini della fertilità», come le chiamava il mio amico Ando Gilardi, non erano motivo di preoccupazione solo per il potere religioso: nei primi anni del Novecento, una riproduzione fotografica della Venere di Urbino dipinta da Tiziano, esposta in una vetrina, veniva rimossa per un ordine della questura di Parigi.

La miracolosa moltiplicazione dei pani e dei pesci, di cui si legge nei Vangeli, è un’invenzione cheha il chiaro scopo di rendere più credibile la “nuova” fede. La moltiplicazione delle immagini – di quelle ottiche come di tutte quelle manuali e semimanuali prodotte prima della scoperta della fotografia – è invece una realtà che ha permesso a un numero progressivamente sempre più grande di persone di avere accesso alle immagini, fisse e “in movimento”.

Responsabile di queste riflessioni è la bella, silente, intrigante immagine di Roberto Besana.

In un paesaggio innevato, l’immagine dipinta su un lungo muro di confine mostra uno spazio ampio, sereno, una teoria di campi verdi, punteggiati di alberi, parzialmente chiusi, sullo sfondo, da alcune montagne: una chiara antitesi dei luoghi in cui abbiamo scelto di vivere. L’immagine manuale è la negazione di quanto un apparecchio fotografico può registrare in uno spazio urbano.

«Ma perché pensiamo sempre alla bellezza della natura incontaminata, – si domanda Roberto Besana in una nota di accompagnamento alla sua immagine – mentre poi ci chiudiamo in una città di cemento, con piante e prati sempre più spesso sostituiti con copie in plastica?»

Difficile rispondere, ma di sicuro uno dei compiti dell’immagine ottica, oltre a denunciare segreti che qualcuno preferirebbe restassero tali, è quello di documentare le nostre contraddizioni: un prezioso stimolo per cercare di cambiare lo stato delle cose.

Nello Rossi

 

 

 

 

 

Roberto Besana (1954), nasce a Monza, risiede a La Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della De Agostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente “all’aria aperta”, dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all’attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana “Fotografia e Parola“ di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sul periodico .eco e NOCSensei I suoi ultimi libri pubblicati - L’albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L’acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022. Nello Rossi è nato a Genova nel 1947, è emigrato a Milano nel 1973, dove ha insegnato qualcosa e appreso molto nei Corsi 150 ore per lavoratori. Verso la metà degli anni Ottanta ha avuto la grande opportunità di conoscere Ando Gilardi e di collaborare a Fhototeca. Da nove anni condivide su varie bacheche in Facebook le proprie riflessioni sulle immagini (“Una foto al giorno leva l’ignoranza di torno”, “Cartoline a Ponzone”, “Cartoline a Ponzone in ritardo”).

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