© Roberto Besana
«L’immagine ha il solo scopo di presentare il prodotto». Credo che a tutte e a tutti sia capitato di leggere questa curiosa didascalia accanto a un’immagine stampata sulla confezione di un prodotto, di solito alimentare. Curiosa per vari motivi, ma soprattutto per uno: è uno dei rarissimi casi in cui chi si serve di un’immagine dichiara esplicitamente qual è «il solo scopo» che si prefigge di raggiungere tramite quella, anche se in realtà mentendo spudoratamente: perché un altro scopo, quello principale, non dichiarato, è di invogliare all’acquisto del prodotto, in apparenza “nascosto” ma in realtà reso “iperrealista” dall’immagine.
A cosa servono le immagini? A chi servono le immagini? Sono due domande che sarebbe opportuno porsi sempre di fronte a questi fragili strumenti del comunicare che sanno prestarsi in maniera incredibile agli scopi più diversi, conseguibili addirittura con la stessa immagine o un’immagine simile: ho ancora vive nella memoria le immagini che si servivano, sui manifesti per il referendum sul divorzio, dello stesso soggetto, i bambini, per invitare a votare sì come per votare no.
Per rendersi pienamente conto di quanto sia curiosa quella didascalia, chi legge provi a accostarla mentalmente a un’immagine politica o, peggio ancora, religiosa: immagini meno lontane di quanto comunemente si pensa, in quanto entrambe promettono qualcosa, grazie principalmente a una risibile garanzia iconica, con la sola differenza che, nel primo caso, è possibile verificare se la promessa è stata mantenuta.
Non credo sia necessario frequentare un corso universitario per acquisire la consapevolezza che l’immagine di una cosa non è la cosa rappresentata o documentata, vale a dire realizzata a mano o prelevata con un apparecchio: anche se, nel secondo caso, l’ineguagliabile somiglianza con il soggetto e la non chiara coscienza dell’entità della “collaborazione” dello stesso alla realizzazione dell’immagine rende un po’ meno certa, a chi colpevolmente è stato confinato in un semianalfabetismo iconico, quella consapevolezza. L’unica, seria, filosofia delle immagini è quella cui Ando Gilardi ha dedicato tanti anni della sua lunga vita, quella che si occupa del loro valore sociale, dello scopo, o degli scopi, che si propongono coloro che le producono, come, e soprattutto, coloro che posseggono gli strumenti indispensabili per socializzarle: scopi che, con qualche rara eccezione, non sono mai dichiarati.
Ora, se mi si chiedesse quale è lo scopo che Roberto Besana si prefigge con le sue immagini ottiche, risponderei che sono d’accordo con quanto lui ha affermato più volte: documentare lo «stupore» di essersi trovato a vivere in un pianeta bellissimo, e persuadere quanto sia importante imparare a rispettarlo per potere sopravvivere: come ci insegna la piantina che ha trovato il suo spazio vitale in una minuscola crepa di una parete cementificata dall’uomo.
Nello Rossi










