
© Roberto Besana
La bella, quanto terribile, immagine di Roberto Besana è un chiarissimo esempio della sconsiderata e devastante “rigenerazione urbana”, che ha sconvolto la città di Milano negli anni dell’amministrazione di Giuseppe Sala, diventata nota nelle cronache giudiziarie come “modello Milano”.
Osservando questa immagine, mi è tornato in mente un testo scritto qualche anno fa, che di questa fotografia mi sembra essere un commento abbastanza puntuale ( Apologia di Plotino. Polisemia della rappresentazione teatrale per eccellenza, ovvero lo spontaneo, subìto o casuale sollevarsi delle vesti femminili con un intermezzo sulle immagini della Venere stanca e le sue prevedibili declinazioni, Lost Dreams Editions 2024, pp. 524 sgg. ):
«Non sopporto chi sopraeleva le case in città e disprezzo gli amministratori della cosa pubblica che hanno votato leggi che lo permettono. Abito da tanti anni a Milano, una città ora soffocata dalle vetture parcheggiate ovunque, e anche un bambino avrebbe facilmente previsto che una delle immediate conseguenze sarebbe stato l’aumento delle macchine parcheggiate. Pochi anni fa, se alzavi di cinque centimetri il colmo del tetto, rischiavi la galera, ora Milano è un cantiere di aspiranti torri di Babele. Per cui ho provato un sottile piacere quando la sorridente marionetta, moglie di un petroliere, che ha sopraelevato la città contemporaneamente rendendola un gruviera per realizzare box invenduti, non è stata rieletta prima cittadina.
Giorgio Morandi ha conosciuto una crisi nella sua produzione artistica, quando hanno modificato il paesaggio urbano davanti alle finestre del suo studio, perché la luce che illuminava i soggetti delle sue nature morte era cambiata. La rappresentazione di bottiglie e altri pochi oggetti presenti in una cucina, cui l’artista aveva dedicato tanti anni di ricerca tesa a comunicarci la sua visione della vita, era stata irrimediabilmente turbata.
Quelle immagini nebbiose, che Morandi, se fosse stato un fotografo, avrebbe potuto ottenere con un foro stenopeico e lunghe pose, sono più vicine alla fotografia di quanto possa sembrare, come dimostra il fatto che i modelli, investiti da una luce diversa, capace di modificare l’immagine mentale formata da quella, gli erano apparsi estranei, non più partecipi della realtà fino ad allora percepita e riprodotta sulle tele.
Lo studioso di fotografia può ritrovare il sapore delle composizioni di Morandi anche nelle prime immagini totalmente automatiche, in cui l’uomo, anche se inquadrato dall’ottica dell’apparecchio fotografico, quasi sempre era assente a causa della lentezza con cui venivano registrate. Un lettore attento dei pensieri di Ando Gilardi, affidati alla sua bacheca in Facebook, aveva ritenuto che l’amore del grande iconologo per le immagini automatiche ottenute con il foro stenopeico fosse dovuto alla loro capacità di registare la natura senza, anche se presente, l’uomo».
Nello Rossi










