© Roberto Besana
Tutto quello che, dopo una attenta analisi, si può dedurre è che questa fotografia, che richiama prepotentemente la nostra attenzione, documenti degli uccelli, probabilmente dei corvi, che volano in un paesaggio autunnale o invernale. Ma è innegabile che questa immagine sappia comunicarci una sensazione di inquietudine, e si capisce perché quando si viene a sapere che è stata prelevata da Roberto Besana nel Lager di Dachau, il primo di numerosissimi altri campi di concentramento sparsi per l’Europa, realizzato per imprigionare i cittadini tedeschi che si erano opposti alla dittatura nazista.
«Per fortuna non lo è» era stata la risposta di Ferdinando Scianna all’intervistatore che gli aveva chiesto se, secondo lui, la fotografia era una espressione artistica. Il grande fotografo siciliano sapeva bene che la “vocazione” dell’immagine ottica non è visualizzare la realtà filtrata dalla cultura dell’artista, ma documentarla così come è, “nuda e cruda”. E la fotografia, nel secolo che ci siamo lasciati alle spalle, ha dovuto registrarne non pochi esempi, il più terribile dei quali è stato la pianificazione dello sterminio di minoranze culturali religiose politiche e sessuali. Non è un caso che siano dovuti trascorrere cinquanta anni prima che si trovasse il coraggio di conoscere e studiare quegli anni vergognosi della storia europea. Se non ci fosse stata la Shoah – parola ebraica che significa “distruzione” e che oggi si preferisce usare al posto di “olocausto”, parola proposta da uno storico americano ma legata a un sapore sacrale del tutto estraneo allo sterminio programmato nella Conferenza di Wannsee – probabilmente gli ebrei non avrebbero sentito l’esigenza di ricostituire lo stato di Israele, con tutte le dolorose conseguenze cui oggi ci tocca assistere.
Nello Rossi











