© Roberto Besana
Inviandomi questa sua bella, suggestiva, fotografia, Roberto Besana mi invita a osservare i grandi ripetitori di segnali digitali in primo piano e quelli che emergono dal profilo delle montagne in lontananza, ripetitori che, da tempo, stanno sempre più modificando il paesaggio naturale e urbano per rispondere al sempre più frenetico bisogno di condividere, a una velocità sempre maggiore, messaggi sonori scritti e immagini fisse e in movimento.
La conseguenza negativa di questa enorme, smisurata, quantità di messaggi è, come giustamente osserva il mio amico fotografo, la riduzione dell’attenzione che si presta a quanto condiviso. Il desiderio di comunicare sempre più velocemente riduce progressivamente il ricorso al linguaggio scritto, sostituito da poche parole e numerosissime immagini malamente prelevate in tutta fretta.
Da quando l’uomo ha saputo conservare le immagini che si disegnano da sole, e oggi con una velocità e un’economia prima nemmeno ipotizzabili, siamo, dovunque e costantemente, sommersi da quelle. L’esposizione all’icona è diventata così endemica che quasi non ci accorgiamo più dell’ininterrotto consumo di immagini. Ando Gilardi, con la sua attenzione scientifica per i numeri, aveva osservato che un uomo del medioevo vedeva, nel corso della sua vita, una manciata di immagini artificiali, quasi tutte attinenti alla religione. Oggi siamo sommersi dalle immagini e la tendenza va verso una crescita esponenziale. Un esercito smisurato, globale, di “fotografi” armati di telefonino, raccoglitori instancabili di immagini che non hanno mai nemmeno sentito nominare la parola “diaframma”, per non parlare della ancora più sconosciuta “profondità di campo”, avverte l’esigenza compulsiva di fotografare per condividere subito nella rete le immagini, che saranno consumate in un tempo di poco superiore a quello impiegato per prelevarle.
Qualche anno prima di morire, Ando Gilardi aveva acquistato un superbo apparecchio fotografico digitale, affermando che con quello non avrebbe fatto neppure una fotografia. Non so se abbia mantenuto quel proposito e si sia accontentato di tenere fra le mani quel gioiello della tecnologia, quell’incredibile, per chi è stato fotografo analogico, potenzialità iconica: credo anzi proprio di no, che non abbia saputo resistere al canto di quella Sirena della tecnologia, e che qualche immagine l’abbia prelevata. Ma mi è piaciuto ricordare quella promessa impossibile da mantenere per richiamare l’attenzione sul fatto che quel grande vecchio fotografo iconologo con quella informazione voleva probabilmente suggerirci che, nell’oceano di immagini digitali in cui il senso che possono comunicarci non può che naufragare, per scongiurare una reale Babele iconica sarebbe stato necessario non produrre nuove immagini, o più realisticamente produrne meno, e riflettere su quelle prodotte prima dell’attuale inflazione iconica digitale.
Nello Rossi
Devo delle scuse all’amico Nello; quando gli ho inviato questa immagine da commentare, non l’ho avvisato che l’avevo ripresa con lo smartphone, per questo motivo l’ha definita fotografia invece che immagine.











