©Roberto Besana
Da anni sono sempre più attratto dalle immagini “che non dicono niente”, cioè quelle che rappresentano o documentano luoghi, o situazioni, simili ad altri già visti, che non sembra che abbiano una finalità estetica o vogliano comunicarci qualcosa di nuovo. Ma è una sensazione epidermica, che si ferma alla superficie dell’immagine, l’incapacità di vedere davvero le immagini, di cui spesso è responsabile l’abitudine. Prendiamo come esempio questa fotografia di Roberto Besana, che documenta un campo “incolto”, senza segni dell’intervento umano, “invaso” da piante spesso definite come “erbacce”, che progressivamente scompare nella nebbia. Un’immagine cui, in apparenza, non sembra valga la pena di dedicare del tempo. Ma il mio amico fotografo, e io sono del tutto d’accordo con lui, la pensa diversamente. Un sistema economico, ben progettato e meglio pubblicizzato, ci ha sottilmente persuasi, grazie soprattutto alle fotografie, che la bellezza non è dietro l’angolo, ma molto lontana, e che sia necessario affrontare viaggi costosi, faticosi, e altamente inquinanti per poterne godere.
In realtà non esistono immagini che non dicono niente. Esistono immagini che non guardiamo con la dovuta attenzione, perché le abbiamo già viste, le stesse o simili, e crediamo, ingenuamente, che non abbiano più niente di nuovo da dirci, o, meglio, «suggerirci», come amava scrivere Ando Gilardi.
Nello Rossi










