© Roberto Besana
Mi aveva già incuriosito quando frequentavo la scuola media quella strana foglia di fico che copriva, nelle fotoincisioni dei miei libri di testo, l’organo sessuale maschile delle statue greche e romane. Mi sembrava infatti alquanto contraddittorio scolpire l’immagine di un corpo maschile nudo per poi ricoprirne una parte, e il problema si era in seguito ulteriormente aggravato per il fatto che avevo visto delle immagini in cui quella che mi sembrava proprio la stessa statua era priva della copertura vegetale. Molti anni dopo, il problema della “foglia caduca” avrebbe conosciuto una abbastanza sorprendente quanto squallida soluzione: la foglia di fico era spuria, una posteriore aggiunta posticcia.
La rappresentazione del sesso della donna, la prima o tutt’al più la seconda immagine realizzata dall’uomo 40.000 anni fa, come è documentato da numerosi graffiti di cui le storie dell’arte si dimenticano volentieri, è stata “rimossa” quando il patriarcato si è imposto: l’affermazione di società patriarcali, contemporanea all’origine di religioni che rispecchiano quelle strutture sociali, ha sostituito, con immagini che rappresentano il potere maschile, quelle prime, antichissime, visualizzazioni della sessualità femminile, della misteriosa quanto potente capacità di riprodurre la vita.
La rappresentazione della vulva, scomparsa per millenni dalla storia delle immagini occidentali, ricompare eccezionalmente e sorprendentemente nell’iconografia cristiana medievale come immagine negativa, e, in immagini posteriori, con valenza apotropaica: cioè per ricordare ai fedeli di tenersi lontani dalle sue seduzioni pericolose per la salvezza delle loro anime, o per allontanare il “male” dai luoghi abitati, ruolo oggi demandato al ferro di cavallo e al corno.
Nella cultura occidentale, bisognerà aspettare la scoperta della litografia, seguita quasi subito da quella della fotografia analogica, e poi, e in maniera nemmeno lontanamente confrontabile, dalla fotografia digitale, perché la rappresentazione manuale e la documentazione ottica della vulva riacquistassero il diritto di cittadinanza iconica: diritto che, è bene non dimenticarlo, il corrispettivo attributo sessuale maschile, che poteva anche essere rappresentato nell’iconografia ieratica, non aveva mai perso.
Grazie alla “foglia caduca”, il funesto papato di Clemente XIII ( 1758 – 1769 ) – sembra che la madre sia morta per l’emozione due giorni dopo la nomina del figlio al soglio papale – si è ritagliato uno spazio nella storia delle immagini. Clemente XIII ha saputo infatti guadagnarsi l’epiteto di “Papa Braghettone” per avere ordinato di coprire le parti sessuali dei dipinti e di “evirare” le statue presenti in Vaticano, contravvenendo così allo storico disprezzo riservato in genere all’immagine del sesso femminile. L’inspiegabile assenza dell’organo sessuale maschile fu coperta con la foglia di fico, che poi è l’albero fra le cui foglie Adamo, dipinto dal grandissimo Michelangelo Buonarroti sulla vôlta della Cappella Sistina, cerca il frutto che il Serpente Tentatore sta porgendo a Eva: la trasgressione all’ordine divino, ci dice il grande artista, è compiuta contemporaneamente da entrambi, e di quale trasgressione si tratti, per lui omosessuale, è piuttosto evidente: adottando simili pratiche sessuali, con le bibliche «stelle del firmamento» non c’è gara.
Nell’affascinante particolare del “Kouros” conservato nel Museo archeologico di Samo, fotografato da Roberto Besana, i genitali sono rimasti fuori dall’inquadratura, parzialmente mutili, ma erano stati scolpiti, come sempre in questo tipo di rappresentazioni.
Nello Rossi











