©Roberto Besana
Questa immagine è sospesa in quel punto raro in cui il panorama smette di essere soltanto geografia visibile e si trasforma prima in paesaggio, cioè in interpretazione, memoria e traccia umana, per poi dissolversi ulteriormente in puro segno. È il territorio visivo di Mario Giacomelli, dove una collina non viene più fotografata come luogo ma come scrittura interiore: i filari diventano grafia, la neve cancella la profondità del reale e il paesaggio, spinto fino al limite dell’astrazione, finisce per assomigliare più a un pensiero inciso dalla luce che a una veduta del mondo.
Qui le vigne innevate non occupano il terreno: lo incidono. Ogni filare è una riga, ogni palo una sillaba ripetuta con ostinazione quasi monastica. Il pendio non appare coltivato, ma calligrafato. Gli alberi isolati sul lato destro sembrano allora figure residuali, quasi superstiti emotivi ai margini di una macchina silenziosa. Il bianco domina la scena come un silenzio molto grande. Non è un bianco “vuoto”, però. È un bianco che amplifica tutto ciò che resta: la trama scura dei tralci, gli alberi sulla destra, quella linea morbida della collina che sembra il dorso di un animale addormentato sotto la neve, come se inverno e geometria avessero firmato una tregua. E il cielo enorme, svuotato, pesa sull’immagine come una pausa troppo lunga in una conversazione.
Tutto nell’immagine parla di qualcosa che non c’è più o che forse non è mai stato davvero presente. Non ci sono persone, eppure la presenza umana è ovunque: nei filari ordinati, nella disciplina agricola, nella geometria ostinata imposta alla collina. È il paradosso dei paesaggi antropizzati: più l’umano organizza il territorio, più rischia di scomparire dentro le proprie strutture.
Questa fotografia si muove esattamente nello stesso territorio emotivo di Wish You Were Here dei Pink Floyd. La canzone non parla soltanto della nostalgia per qualcuno che manca. Parla della distanza tra presenza fisica e presenza reale, tra autenticità e artificio, tra il continuare a funzionare e l’essere davvero vivi. È una riflessione sull’assenza che continua a occupare spazio. Non un’assenza teatrale o romantica, ma qualcosa di più sottile e doloroso: la sensazione che le persone possano continuare a esistere fisicamente pur essendo emotivamente lontane, perdute, irraggiungibili.
L’immagine raccolta da Roberto Besana sembra visualizzare esattamente quella distanza. I filari ripetuti all’infinito ricordano una struttura che continua a funzionare automaticamente, come le orbite chiuse di “two lost souls swimming in a fish bowl”. Un ordine perfetto che però contiene una malinconia profonda. Tutto è al proprio posto, ma qualcosa di essenziale manca.
E’ la grande distesa bianca sopra le colline che è qualcosa di più di un cielo invernale. E’ distanza emotiva. E’ lo spazio tra due persone, tra il presente e il ricordo, tra ciò che siamo diventati e ciò che avremmo potuto essere. In chiave giacomelliana, allora, questa non è più la fotografia di un vigneto d’inverno. È il ritratto di una presenza consumata dalla luce. Un paesaggio che sembra chiedere sottovoce, al mondo o forse a sé stesso: “Vorrei che fossi qui”.
E come nella canzone dei Pink Floyd, il vuoto non è semplice mancanza: è memoria che continua a occupare spazio. È un paesaggio abitato dall’assenza. Un luogo dove si percepisce che qualcuno è passato, ha lavorato, ha costruito quelle geometrie, ma ora non c’è più. Tutto appare efficiente, razionale, sotto controllo. Ma il cielo enorme e vuoto sembra chiedere sottovoce: “Dov’è finita l’anima?”
Come la chitarra lontana che apre Wish You Were Here, anche questa fotografia arriva da una distanza emotiva prima ancora che geografica. Ma attenzione: questa non è una fotografia triste. È una fotografia che conosce il costo dell’assenza.
E proprio per questo riesce a essere profondamente umana.
Paolo Foglio










