© Roberto Besana

 

Questa immagine sembra innocua: la scena è tranquilla, quasi immobile: qualche edificio rurale addossato l’uno all’altro, muri segnati dal tempo, un cielo che stende un velo uniforme e un sentiero sterrato che curva lento come se non volesse disturbare. A prima vista, tutto parla di antico ordine: forme semplici, geometrie modeste, il bianco consumato dei muri che ha visto stagioni, mani, vite diverse. È la fotografia di un passato che appare solido proprio perché è immobile. E noi, fragili come siamo, confondiamo l’immobilità con la sicurezza. Eppure, più la guardi, più c’è una tensione sottile: queste case non sono “antiche”, sono residui funzionali. Non romantiche, ma rimaste. Non scelte: sopravvissute.

La loro bellezza sta proprio nell’essere involontariamente testimoni di un passato recente, non il passato mitico dei borghi da Instagram, ma quello vero, fatto di economia agricola, fatica, soluzioni improvvisate. È un passato che non chiedeva di essere ricordato e proprio per questo ora ci attrae. Perché non ci minaccia: ci consola.

Guardare questa foto è sorprendere il passato mentre finge di essere eterno. Muri che non raccontano storie: raccontano inerzia. Il passato diventa uno specchio deformante: elimina il fango, la noia, la durezza, e lascia solo un’idea di ordine. Ci racconta “si stava meglio”, anche quando sappiamo benissimo che è un trucco mentale.

Ecco il perché del titolo: la retrotopia è l’effetto nostalgia di ciò che non era nemmeno bello.  Una nostalgia che non ricorda, ma seleziona. Toglie il fango, tiene il romanticismo; cancella la fatica, lascia il silenzio; elimina il conflitto, conserva l’illusione di un ordine perduto. Un trucco psicologico perfetto per tempi incerti. Un sonnifero travestito da bussola morale.

E noi, puntualmente, ci innamoriamo di ciò che non chiedeva amore. La chiamiamo autenticità, ma appunto, sovente è solo retrotopia camuffata da buon senso: quel riflesso condizionato che ci fa credere che “una volta sì che…” mentre dimentichiamo che “una volta” era soprattutto fatica, improvvisazione e poche alternative.

Ma l’immagine è onesta: queste strutture non stanno dicendo “torna da noi”. Stanno dicendo “noi siamo ancora qui perché nessuno ci ha immaginato diversi”. Non promessa, ma inerzia. Ed è proprio l’inerzia che rende la retrotopia pericolosa. Il pericolo non è la nostalgia, la nostalgia selettiva, quella che liscia via le asperità e ci serve un passato che non è mai esistito. In realtà, corriamo il rischio che guardando immagini così, luoghi così, memorie così, ci venga voglia di restaurare il passato invece di costruire il futuro.

Gli effetti?

Una comfort zone temporale.
Una trappola emotiva travestita da tradizione.

Che la comfort zone del “come una volta” diventi un argomento politico, economico, culturale.
Che si inizi a pensare che l’innovazione sia un tradimento e non un atto di continuità.
Che lo sterrato diventi una metafora di “cammino autentico” e non semplicemente il risultato del fatto che nessuno ha asfaltato.

Il futuro non fa paura perché è incerto. Fa paura perché non c’è nessuno a garantirci che sarà semplice quanto questa immagine. E allora ci illudiamo che tornare indietro sia una scelta. Ma il passato non è un rifugio: è solo un posto dove non abitiamo più. La retrotopia non ci riporta a casa. Ci tiene fermi mentre il mondo cambia. E la fermezza, oggi, non è una virtù: è un modo elegante per perdere terreno.

In altre parole: la retrotopia trasforma l’immobilità in virtù e il cambiamento in minaccia.

Questa foto invece, se la leggi bene, dice il contrario: la quiete è un’illusione, il passato non è mai al suo posto, il tempo lo spinge piano ma senza pietà.

E oggi il mondo è un catalogo di incertezze: guerre che sembrano ritorni del secolo scorso, confini che si muovono come sabbia, economie che oscillano come se la gravità fosse diventata opzionale. Le democrazie arrancano, i mercati tremano, l’AI avanza più veloce di quanto riusciamo a nominarla e la complessità cresce come un’onda che non aspetta nessuno.

In questo caos, la retrotopia non è solo una tentazione: è un’offerta politica, un modello industriale, una narrativa globale. È il ritorno al carbone come “sicurezza energetica”. È il sogno di muri e confini “come una volta”. È il mito della moneta forte, del lavoro stabile, del mondo semplice che non è mai esistito. È la promessa velenosa che il passato fosse controllabile, mentre il futuro è indomabile.

Ma questa foto ci insegna una verità più scomoda: il passato sopravvive solo quando nessuno ha il coraggio di immaginare il futuro.
Queste case non chiedono di tornare al mondo di ieri; chiedono solo di non crollare oggi. Sono reliquie di un tempo che non ha scelto di essere simbolo: lo stiamo trasformando noi in un’icona rassicurante perché il futuro ci mette a disagio.

Eppure, proprio mentre ci aggrappiamo alla retrotopia, il mondo si muove: le supply chain si ridefiniscono, l’automazione riscrive i mestieri, l’AI riorganizza interi ecosistemi produttivi, le crisi climatiche alzano la voce, le potenze globali riallineano le mappe. Nessuno dei problemi del presente si risolverà con gli strumenti del passato. Anzi, il passato è una strategia di sopravvivenza solo per chi ha smesso di immaginare.

Dunque, la domanda non è: “Dove eravamo?”. ma: “Dove vogliamo essere quando il resto del mondo avrà smesso di aspettarci?”

E noi possiamo scegliere di guardare la scena con romanticismo oppure riconoscere il suo messaggio: tornare indietro non è un’opzione. È solo un effetto ottico.

Perché la retrotopia non è un ritorno alle origini. È un ritiro spirituale nel territorio della paura. E la paura è sempre conservativa: ti dice di restare fermo, zitto, quieto. Ma il mondo, oggi, è rumoroso e impaziente. Restare fermi non è conservare: è abbandonare il futuro al primo che ha il coraggio di afferrarlo.

Questa immagine, allora, non è un invito a tornare indietro. È un monito silenzioso: se non progettiamo un domani più grande del nostro ieri, qualcun altro progetterà il domani per noi.

E non assomiglierà a niente che vorremmo ricordare. Dico bene, Matteo?

 

Paolo Foglio

Roberto Besana e Paolo Foglio
Paolo Foglio è nato di prima mattina, in una giornata di fine novembre di svariati anni fa. La leggenda familiare narra che quello fu l’unico momento in cui, di sua spontanea volontà, si alzò presto; sulla veridicità di tale affermazione, tuttavia, persistono dubbi significativi. Per capriccio del destino, Paolo incarna molte delle caratteristiche attribuite dall’astrologia a uno Scorpione novembrino con ascendente Sagittario: passione profonda, un gusto innato per la novità, una spiccata capacità di relazione e un’aura di ostinato ottimismo. Fin dall’infanzia ha manifestato un vivo interesse per la tecnologia e per le “cose elettriche”, mostrando una particolare attrazione per tutto ciò che poteva essere smontato e rimontato, preferibilmente risparmiando qualche pezzo. Il suo percorso lo ha condotto a diventare ingegnere elettronico e, da anni, si occupa di innovazione tecnologica nel settore automobilistico. Nel 2021, in collaborazione con l’Università di Torino, ha vinto lo USA NAM Manufacturing Leadership Award per l’intelligenza artificiale. Attualmente si occupa di strategie di trasformazione digitale per un noto gruppo multinazionale italiano. È autore per i tipi di Töpffer edizioni di Macchinità, un’opera che esplora il rapporto tra esseri umani, tecnologia e immaginari contemporanei, mettendo in discussione le narrazioni semplificate sull’automazione e sull’intelligenza artificiale. Ogni tanto fotografa, come forma di osservazione lenta e di indagine sul reale, convinto che anche le immagini, come le macchine, dicano molto più di quanto mostrino. La sua visione del mondo si fonda sulla convinzione che la separazione tra arte e scienza sia artificiosa e, talvolta, funzionale a chi trae profitto dall’ignoranza. Paolo sostiene che l’uso congiunto di strumenti e prospettive intellettuali differenti rappresenti l’unico modo sensato per comprendere ciò che ci circonda. Con o senza l’aiuto delle macchine. Roberto Besana, nasce a Monza, risiede alla Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della DeAgostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente "all'aria aperta", dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all'attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana "Fotografia e Parola" di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sui periodici -.eco ed anche NOCSensei- I suoi ultimi libri pubblicati - L'albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L'Acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022 - 100 anni del Palio del Golfo, 2025

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here