© Roberto Besana

 

L’immagine mostra un dettaglio architettonico di un edificio scolastico italiano. Un pilastro in pietra divorato dal tempo, intonaci che si sfaldano, calcinacci sull’asfalto. E, davanti, imponenti cancellate metalliche. L’insieme restituisce l’impressione di una prigione o di una fortezza dimenticata da chi avrebbe dovuto difenderla.

Una scuola dietro le sbarre. Non è una metafora particolarmente sofisticata. È, piuttosto, una metafora che non ha nemmeno bisogno di essere cercata. C’è qualcosa di profondamente politico in questa fotografia. Non perché vi compaiano una bandiera, un simbolo o una scena di protesta. Ma perché racconta, senza bisogno di proclami, il rapporto che una società intrattiene con il sapere. Quel degrado non è soltanto incuria edilizia. È la rappresentazione plastica di una precisa gerarchia di priorità. Di una politica che, quando occorre, considera i bilanci della scuola una riserva da cui attingere per finanziare altro. Che trasforma l’istruzione in un terreno di spartizione elettorale. Che proclama di voler costruire il futuro mentre lascia marcire i luoghi in cui il futuro dovrebbe imparare a pensare. E poi c’è la strategia più antica, quella che non ha bisogno di dichiararsi: mantenere le persone sufficientemente ignoranti da renderle più facili da convincere, da orientare, da governare.

Non serve immaginare una cabina di regia. Bastano l’incuria, la miopia e la convenienza. A volte il potere non deve nemmeno fabbricare l’ignoranza. Gli basta non ostacolarne la produzione.

Dietro quella grata non c’è soltanto una scuola statale malandata. C’è la fotografia di un Paese che sembra aver dimenticato che l’istruzione è un’infrastruttura fondamentale. Al pari delle strade, degli ospedali, delle reti energetiche. Con una differenza: una strada dissestata danneggia le automobili. Una scuola dissestata può danneggiare le generazioni.

Le strade si rifanno. Le piazze si arredano. Le tecnologie si aggiornano. La scuola, invece, resta lì a consumarsi lentamente, come se il futuro potesse attendere. Come se i ragazzi potessero essere messi in pausa. Come se la manutenzione del pensiero fosse una voce di bilancio rinviabile. Eppure, una popolazione istruita non è soltanto una popolazione che sa leggere, scrivere e fare di conto. È una popolazione capace di comprendere il mondo, riconoscere un inganno, mettere in discussione un’autorità, immaginare un’alternativa. Anche produrre PIL, se proprio il PIL è l’unica lingua che la politica sembra ancora comprendere.

L’ignoranza, invece, non è semplicemente la mancanza di informazioni. È qualcosa di più insidioso: l’incapacità di interrogare criticamente le informazioni che si ricevono. Di riconoscere una manipolazione. Di distinguere un argomento da uno slogan. Di accorgersi che, talvolta, la risposta è stata confezionata per impedire la domanda. Ed è proprio questa incapacità a rendere gli individui più facilmente governabili.

A questo punto, parlando di scuola, occorre distinguere due parole che utilizziamo spesso come sinonimi, ma che sinonimi non sono: istruzione e formazione.

L’istruzione costruisce una persona capace di abitare il mondo con consapevolezza, di elaborare un pensiero proprio, di confrontarsi con la complessità. La formazione trasmette strumenti, nozioni, metodi: il «come fare per…». L’una insegna a capire, a criticare, a condividere, a creare. L’altra mette a disposizione la cassetta degli attrezzi.

In una prospettiva tecnologica, l’istruzione ci permette di comprendere la tecnologia, di riconoscerne i principi e di non scambiarla per magia. La formazione ci abilita a utilizzarla, trasformando la comprensione in capacità operativa. L’una ci insegna a capire che cosa abbiamo davanti. L’altra ci insegna come usarlo.

Il problema nasce quando la cassetta degli attrezzi diventa l’intero edificio. Una scuola che si limita a produrre competenze immediatamente spendibili sul mercato rischia di dimenticare che il suo compito non è soltanto preparare lavoratori. È preparare cittadini.

E qui la questione diventa scomoda. L’alternanza scuola-lavoro nasce da un’idea che ha un valore formativo autentico: avvicinare i giovani al mondo produttivo, permettere loro di misurarsi con problemi concreti, comprendere come le conoscenze possano trasformarsi in attività, responsabilità, lavoro. Il dialogo tra scuola e impresa è necessario. Ma il dialogo è una cosa. La subordinazione è un’altra.

Quando il rapporto tra scuola e industria si riduce a un trasferimento di funzioni, responsabilità e costi dal privato al pubblico, la formazione rischia di diventare una parola elegante per descrivere un’operazione molto meno nobile. Il problema non è che l’industria entri nella scuola. Il problema è che possa finire per decidere che cosa, nella scuola, meriti di rimanere. Perché un’impresa ha tutto il diritto di chiedersi quali competenze le serviranno domani. La scuola, però, dovrebbe avere il dovere di chiedersi quali esseri umani serviranno alla società per affrontare quel domani. Sono domande diverse. E confonderle significa consegnare il futuro a chi, legittimamente, deve innanzitutto far funzionare il proprio conto economico.

E qui arriva l’intelligenza artificiale.

Nel rapporto tra IA e istruzione, la storia potrebbe riproporre un copione già visto altrove. Quello dell’industria alimentare.

Per decenni abbiamo trasformato il cibo in prodotto industriale. Non importa più soltanto quanto un alimento nutra, quali sostanze contenga, quale rapporto abbia con la salute di chi lo consuma. Importa che piaccia. Che venga scelto. Che induca a comprarne ancora. Il risultato è la proliferazione del cibo ultra processato: prodotti studiati per essere irresistibili, capaci di soddisfare il palato e l’impulso al consumo, ma spesso poveri di valore nutrizionale e ricchi di ingredienti di cui il nostro organismo farebbe volentieri a meno.

Il cibo può riempire lo stomaco senza nutrire davvero. E se l’intelligenza artificiale stesse preparando, per la scuola, l’equivalente cognitivo del cibo ultra processato?

Una tecnologia sempre più sofisticata, addestrata anche a risultare gradevole, disponibile, rassicurante. Un interlocutore che rende la risposta accessibile, fluida, digeribile. Un sistema capace di distribuire sapere con una facilità che non ha precedenti. La promessa è straordinaria. E proprio per questo merita di essere guardata con sospetto.

Perché il sapere, come il cibo, non si misura soltanto dalla gradevolezza con cui viene consumato.

Un’intelligenza artificiale può confezionare una risposta impeccabile, semplificare un concetto, scrivere un elaborato convincente. Può persino accompagnarci attraverso un intero percorso di studi. E tuttavia, se la utilizziamo soltanto per evitare la fatica della comprensione, rischia di diventare una sorta di junk knowledge: sapere spazzatura, gradevole al consumo, ma incapace di nutrire il pensiero. Nel migliore dei casi, tutta formazione e niente istruzione.

Potresti superare tutti gli esami grazie all’intelligenza artificiale e, dieci minuti dopo la cerimonia di laurea, ritrovarti a chiederti perché hai pagato le tasse universitarie. E magari, pochi giorni dopo, ricevere un’allettante offerta di lavoro. Un lavoro che durerà finché le quattro cose che sai dire o fare conserveranno un valore commerciale. Finché il tuo datore di lavoro non deciderà di passare al modello successivo di quella stessa tecnologia che oggi utilizzi con orgoglio. Tu avrai imparato a usare lo strumento. Lo strumento, nel frattempo, avrà imparato a fare a meno di te.

Non è una profezia. È una possibilità. E dovrebbe bastare a renderci prudenti perché rischio è quello di una scuola in cui l’accesso alle risposte diventi più importante della costruzione delle domande. Una scuola che non insegni più a costruire una risposta, ma soltanto a ottenerla. Una scuola che trasformi il pensiero in un servizio on demand, con consegna immediata e nessun costo apparente. Il costo, però, potrebbe arrivare dopo. Quando ci accorgeremo di aver delegato non soltanto il lavoro cognitivo, ma anche la responsabilità di capire.

Qui si aprirà una frattura.

Da una parte, chi utilizzerà l’IA come un oracolo: una macchina a cui affidare le domande, le decisioni e, progressivamente, anche il pensiero. Dall’altra, chi saprà utilizzarla come uno strumento di esplorazione. Un interlocutore capace di mettere in discussione le proprie certezze, suggerire connessioni, scoprire problemi nascosti e formulare domande che ancora non era stato capace di porre. La differenza non sarà necessariamente nella quantità di informazioni possedute. Sarà nella capacità di comprenderle, verificarle, collocarle in un contesto e attribuire loro un significato.

Perché sapere e conoscere non sono la stessa cosa. Si possono accumulare milioni di risposte senza aver mai formulato una domanda davvero propria. Ed è qui che la questione diventa politica, ancora una volta.

Il prossimo proletariato potrebbe avere accesso a una quantità di sapere mai vista nella storia. Un sapere filtrato, confezionato, selezionato da algoritmi e raccontato da altri. Un sapere abbondante, forse infinito, ma non necessariamente compreso.

L’élite del futuro, invece, potrebbe essere quella che avrà conservato il privilegio della conoscenza: la capacità di elaborazione autonoma, di discernimento, di interpretazione. La possibilità di decidere che cosa valga la pena sapere e perché. Della propria etica, però. Perché anche la conoscenza, nelle mani di pochi, può diventare uno strumento di dominio.

Non è detto che il futuro divida il mondo tra chi sa e chi non sa. Potrebbe dividerlo tra chi possiede gli strumenti per interrogare il sapere e chi ne riceve soltanto il risultato. Tra chi può mettere in discussione l’oracolo e chi è costretto a fidarsene. Tra chi stabilisce le domande e chi consuma le risposte. L’élite del futuro potrebbe non essere quella che sa di più, ma quella che comprende meglio. Non quella che consulta l’oracolo, ma quella che sa quando l’oracolo sta mentendo. Non quella che attende risposte socialmente accettabili, ma quella che pretende di porre le domande giuste. Quelle scomode, soprattutto.

La fotografia mostra una grata. Una grata che separa la strada da un edificio scolastico. Una grata che protegge, che delimita, che impedisce di entrare. Ma la grata più pericolosa non è quella che impedisce di entrare in una scuola che non riceve nemmeno i finanziamenti che nessuno nega a uno stadio. La grata più pericolosa è quella che un giorno potremmo scoprire di avere dentro la testa.

Quella costruita, mattone dopo mattone, da una scuola che ha smesso di considerare l’istruzione un investimento e ha cominciato a trattarla come una spesa. Quella costruita da un sistema che ci insegna a usare strumenti sempre più potenti senza insegnarci a comprendere il mondo in cui quegli strumenti operano. Quella costruita dalla nostra stessa pigrizia, quando scambiamo la comodità di una risposta per la conquista di una conoscenza.

Perché una società che non investe nella scuola non sta semplicemente risparmiando sul futuro. Sta decidendo, consapevolmente o meno, chi avrà il diritto di comprenderlo.

E allora la domanda non è se l’intelligenza artificiale renderà la scuola più efficiente. La domanda è: efficiente per fare che cosa?

Per produrre persone capaci di eseguire più rapidamente ciò che qualcun altro ha deciso? Oppure per crescere esseri umani capaci di comprendere ciò che accade, di mettere in discussione ciò che viene loro raccontato, di immaginare ciò che ancora non esiste?

La differenza è tutta qui. Tra una macchina che ci fornisce il sapere e una persona che ha imparato a pensare.

E, a guardare bene quella fotografia, viene da chiedersi se la vera emergenza non sia la scuola dietro la grata bensì la grata dietro cui rischiamo di rinchiudere il pensiero.

Paolo Foglio
Roberto Besana e Paolo Foglio
Paolo Foglio è nato di prima mattina, in una giornata di fine novembre di svariati anni fa. La leggenda familiare narra che quello fu l’unico momento in cui, di sua spontanea volontà, si alzò presto; sulla veridicità di tale affermazione, tuttavia, persistono dubbi significativi. Per capriccio del destino, Paolo incarna molte delle caratteristiche attribuite dall’astrologia a uno Scorpione novembrino con ascendente Sagittario: passione profonda, un gusto innato per la novità, una spiccata capacità di relazione e un’aura di ostinato ottimismo. Fin dall’infanzia ha manifestato un vivo interesse per la tecnologia e per le “cose elettriche”, mostrando una particolare attrazione per tutto ciò che poteva essere smontato e rimontato, preferibilmente risparmiando qualche pezzo. Il suo percorso lo ha condotto a diventare ingegnere elettronico e, da anni, si occupa di innovazione tecnologica nel settore automobilistico. Nel 2021, in collaborazione con l’Università di Torino, ha vinto lo USA NAM Manufacturing Leadership Award per l’intelligenza artificiale. Attualmente si occupa di strategie di trasformazione digitale per un noto gruppo multinazionale italiano. È autore per i tipi di Töpffer edizioni di Macchinità, un’opera che esplora il rapporto tra esseri umani, tecnologia e immaginari contemporanei, mettendo in discussione le narrazioni semplificate sull’automazione e sull’intelligenza artificiale. Ogni tanto fotografa, come forma di osservazione lenta e di indagine sul reale, convinto che anche le immagini, come le macchine, dicano molto più di quanto mostrino. La sua visione del mondo si fonda sulla convinzione che la separazione tra arte e scienza sia artificiosa e, talvolta, funzionale a chi trae profitto dall’ignoranza. Paolo sostiene che l’uso congiunto di strumenti e prospettive intellettuali differenti rappresenti l’unico modo sensato per comprendere ciò che ci circonda. Con o senza l’aiuto delle macchine. Roberto Besana, nasce a Monza, risiede alla Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della DeAgostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente "all'aria aperta", dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all'attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana "Fotografia e Parola" di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sui periodici -.eco ed anche NOCSensei- I suoi ultimi libri pubblicati - L'albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L'Acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022 - 100 anni del Palio del Golfo, 2025

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