
©Roberto Besana
Questa volta, l’amico Roberto si muove su un doppio binario capace di unire un rigore geometrico quasi grafico a una narrazione più profonda, porgendoci una straordinaria metafora visiva del modo in cui l’essere umano caccia, costruisce o perde il significato e il senso delle cose (sono curioso di sapere se questa è anche la sua sensazione!).
L’intera composizione sembra strutturata attorno a una tensione fondamentale, dove il senso non si presenta come qualcosa che si trova già dato, ma come qualcosa che si cerca. La parete sullo sfondo è materia inerte, segnata dal tempo, corrosa e muta; un palinsesto temporale fatto di intonaco scrostato e ferite in cui la scelta di un bianco e nero deciso ed esasperato uniforma i colori per concentrare l’attenzione esclusivamente sulla consistenza fisica. Al centro di questo scenario si staglia una piccola cornice vuota, un oggetto che normalmente servirebbe a delimitare un’immagine e a contenerne il significato, ma che qui rivela solo il vuoto. È proprio da quel vuoto, tuttavia, che emergono i rami. Si assiste a una convergenza di forze in cui il senso non abita l’interno del perimetro, ma nasce dal suo attraversamento.
In questa tensione, l’immagine compie un gesto radicale: taglia idealmente in due il mondo e il modo in cui ci approcciamo alla verità. Da un lato vi è l’universo di chi ricerca e fabbrica il senso partendo da un approccio puramente razionale, simboleggiato proprio dalla cornice che ben divide lo spazio in due; è il tentativo analitico di circoscrivere lo spazio interno, di isolarlo dal caos esterno per renderlo comprensibile e misurabile. Dall’altro lato vi è il mondo di chi arriva al senso grazie a variegati percorsi che, partendo dall’umano, si muovono come tanti rami verso il centro dell’immagine.
Se si osserva l’andamento di queste ramificazioni come una forza centripeta, la cornice diventa allora il luogo di una focalizzazione disperata ma necessaria. L’essere umano, immerso nel disordine del mondo, sente il bisogno viscerale di isolare una parte di quel groviglio per potergli dare un nome, un valore e una direzione. Ribaltando lo sguardo secondo una logica centrifuga, i rami si espandono in tutte le direzioni senza seguire una geometria evidente, partendo da un centro assente per sfondare i confini. Questo andamento ricorda il modo in cui gli esseri umani costruiscono i propri significati, procedendo non attraverso una linea retta bensì mediante una proliferazione di connessioni, tentativi, deviazioni, memorie e possibilità. Si può allora leggere l’immagine come una metafora anti-cartesiana del senso, inteso non come un ordine superiore che precede il mondo, ma come una trama che emerge dal suo stesso disordine. L’ironia dello scatto risiede nel fatto che lo spazio racchiuso è un pezzo di muro identico a quello esterno, suggerendo che il significato non sia intrinseco alle cose, ma derivi dall’atto stesso di inquadrare la realtà.
In questo superamento di confini si attua un affascinante dialogo culturale: l’immagine suggerisce che il significato non appartenga esclusivamente all’una o all’altra dimensione e che non risieda né dentro gli oggetti né dentro chi li osserva. Il senso accade nella relazione, nasce dall’ibridazione delle due parti e si manifesta come ciò che cresce attorno a un vuoto. Davanti a questo scatto non vediamo una cornice che contiene un’immagine, bensì un’assenza che genera ramificazioni, proprio come il senso, che raramente nasce dalle risposte e quasi sempre dalle aperture che le domande lasciano dietro di sé. Infine, la presenza del citofono in basso a sinistra, insieme ai graffiti sul margine, introduce una nota ironica e squisitamente filosofica. Mentre i rami sembrano cercare una direzione nell’infinito, quel piccolo dispositivo umano continua a chiedere semplicemente “Chi è?”, ricordandoci che ogni ricerca di senso e ogni grande percorso di conoscenza cominciano proprio così, con qualcuno che bussa a una soglia.
Questa composizione fotografica si fa metafora di ciò che dovrebbe essere idealmente la conoscenza umana (sottolineo “conoscenza” e non “sapere)”: non un dogma arroccato, ma un sistema aperto in cui discipline diverse e linguaggi differenti dialogano tra loro. Vista in quest’ottica, credo che questa fotografia sarebbe piaciuta moltissimo a Pietro Greco, che ha fatto della contaminazione culturale, del superamento dei confini tra scienza e discipline umanistiche e della divulgazione come ponte tra mondi, la missione di una vita intera.
E questa è ancora una occasione come un altra per dirti: “Grazie, Pietro”.
Paolo Foglio
Pietro Greco (1955–2020) nasce a Barano d’Ischia, nel Golfo di Napoli. Laureato in chimica, lascia presto la ricerca per dedicarsi al giornalismo scientifico, costruendo una carriera rara per continuità e profondità tra scienza e cultura. Firma storica de L’Unità, diventa una delle voci più riconoscibili della divulgazione italiana. Lavora a lungo con Radio3 Scienza, per la RAI cura e conduce programmi dedicati alla storia della scienza e ai suoi protagonisti e collabora con numerose testate e riviste specialistiche. È tra i fondatori e animatori della rete della comunicazione scientifica italiana: partecipa alla nascita di iniziative come il master in comunicazione della scienza della SISSA di Trieste, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di divulgatori. Negli anni ricopre anche ruoli istituzionali e culturali, tra cui quello di consigliere del Ministero dell’Università e della Ricerca e di attivo promotore di progetti come “Scienza in rete.” Negli ultimi anni è caporedattore de Il Bo Live, dove continua a intrecciare ricerca, società e narrazione. E’ una luminosa figura di confine: voce limpida della divulgazione scientifica italiana, ha intrecciato rigore e narrazione per rendere la scienza un territorio abitabile e ha raccontato la ricerca come esperienza culturale profonda, capace di illuminare il rapporto tra conoscenza, società e futuro.










