© Roberto Besana

 

C’è qualcosa di grottesco nel confronto tra la massa pesante in primo piano che ricorda le atmosfere di Magritte o i personaggi di George Grosze e  lo slancio vitale o l’agonia della figura centrale, nuda e atletica, che richiama invece la statuaria classica, l’ideale di bellezza o il tormento dell’anima del giovane sullo sfondo.

Questa immagine non si concede allo sguardo: lo mette alla prova. La costruzione è precisa: non si tratta di una composizione, ma di un percorso.

La luce incide le superfici come uno scalpello. Non addolcisce, non uniforma. Ogni imperfezione viene esposta, ogni segno del tempo diventa linguaggio. Il bianco e nero sottrae il superfluo e lascia emergere la struttura: volumi, tensioni, relazioni. Non stiamo guardando oggetti, ma rapporti tra pieni e vuoti, tra ciò che occupa e ciò che tenta di oltrepassare. Il primo incontro è un impatto. Una massa che occupa lo spazio senza chiedere permesso, un corpo che si impone come fatto compiuto. Non è un soggetto, è una soglia. La fotografia inizia da qui, da un disturbo compositivo intenzionale, da ciò che è già definito, già chiuso, già pieno. Non c’è invito, non c’è apertura: c’è resistenza. E allora lo sguardo è costretto a fare qualcosa che raramente gli viene chiesto: deve lavorare. Scivola lateralmente, cerca un varco, si insinua tra le forme. Ed è in questo movimento che emerge un secondo livello. Un volto. Una figura riconoscibile. Qualcosa che somiglia all’umano, ma che non è ancora vita. È una presenza sospesa, come se l’identità fosse lì, ma non del tutto accesa. Qui la fotografia non chiarisce, ma trattiene. Non rivela, ma ritarda. Poi, solo dopo questo attraversamento, accade. Sul fondo, quasi nascosta, una figura rompe l’equilibrio. Le braccia sollevate introducono una tensione che non appartiene al resto della scena. Non è stabilità, non è forma: è gesto. È un tentativo. È forse una domanda. E proprio perché è lontana, arretrata, difficile da raggiungere, diventa il vero centro dell’immagine.

Questa immagine non racconta una scena: mette in scena una condizione che sembra tratta da una pièce di Beckett o Ionesco.

Il valore di questa fotografia risiede nella sua capacità di trascendere la natura inanimata dei soggetti per mettere in scena un dramma esistenziale che sembra uscito da un incubo kafkiano. La forza dell’opera scaturisce da una gestione magistrale degli spazi e dei volumi, dove l’ingombro fisico della figura in primo piano non funge da semplice cornice, ma da vera e propria barriera psicologica. Questa schiena monumentale, che occupa gran parte dell’inquadratura, genera una tensione immediata tra l’osservatore e la scena, negandoci una visione completa e costringendoci a sbirciare oltre un muro di materia inerte. In questo contesto, il contrasto tra le fisionomie pesanti dei personaggi col cappello e l’atletismo disperato della figura sullo sfondo diventa una potente metafora dell’oppressione del conformismo sulla vitalità individuale. Mentre i “signori” in primo piano incarnano una stasi rassegnata o un’autorità cieca, sottolineata dall’espressione vacua e quasi attonita del volto a destra, l’essere umano che si staglia dietro di loro sembra compiere un gesto di rottura, un’invocazione o un estremo tentativo di liberazione dalla propria condizione di pietra.  Si viene così a creare un corto circuito temporale e stilistico in cui il tragico e il grottesco si fondono: l’immagine non documenta più degli oggetti in un museo o in un atelier, ma cattura l’essenza dell’indifferenza universale. È una rappresentazione della solitudine in cui il grido del singolo, per quanto plastico e vibrante, resta prigioniero di uno spazio sorvegliato da guardiani di gesso che, pur avendo sembianze umane, hanno perso ogni capacità di empatia e di visione, lasciando lo spettatore nel ruolo scomodo di testimone impotente di un’agonia silenziosa. Come in questa immagine, l’indifferenza è l’arte di vivere senza orizzonte: tutto è davanti agli occhi, ma nulla chiama davvero.

Paolo Foglio

Roberto Besana e Paolo Foglio
Paolo Foglio è nato di prima mattina, in una giornata di fine novembre di svariati anni fa. La leggenda familiare narra che quello fu l’unico momento in cui, di sua spontanea volontà, si alzò presto; sulla veridicità di tale affermazione, tuttavia, persistono dubbi significativi. Per capriccio del destino, Paolo incarna molte delle caratteristiche attribuite dall’astrologia a uno Scorpione novembrino con ascendente Sagittario: passione profonda, un gusto innato per la novità, una spiccata capacità di relazione e un’aura di ostinato ottimismo. Fin dall’infanzia ha manifestato un vivo interesse per la tecnologia e per le “cose elettriche”, mostrando una particolare attrazione per tutto ciò che poteva essere smontato e rimontato, preferibilmente risparmiando qualche pezzo. Il suo percorso lo ha condotto a diventare ingegnere elettronico e, da anni, si occupa di innovazione tecnologica nel settore automobilistico. Nel 2021, in collaborazione con l’Università di Torino, ha vinto lo USA NAM Manufacturing Leadership Award per l’intelligenza artificiale. Attualmente si occupa di strategie di trasformazione digitale per un noto gruppo multinazionale italiano. È autore per i tipi di Töpffer edizioni di Macchinità, un’opera che esplora il rapporto tra esseri umani, tecnologia e immaginari contemporanei, mettendo in discussione le narrazioni semplificate sull’automazione e sull’intelligenza artificiale. Ogni tanto fotografa, come forma di osservazione lenta e di indagine sul reale, convinto che anche le immagini, come le macchine, dicano molto più di quanto mostrino. La sua visione del mondo si fonda sulla convinzione che la separazione tra arte e scienza sia artificiosa e, talvolta, funzionale a chi trae profitto dall’ignoranza. Paolo sostiene che l’uso congiunto di strumenti e prospettive intellettuali differenti rappresenti l’unico modo sensato per comprendere ciò che ci circonda. Con o senza l’aiuto delle macchine. Roberto Besana, nasce a Monza, risiede alla Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della DeAgostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente "all'aria aperta", dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all'attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana "Fotografia e Parola" di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sui periodici -.eco ed anche NOCSensei- I suoi ultimi libri pubblicati - L'albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L'Acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022 - 100 anni del Palio del Golfo, 2025

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