© Roberto Besana
C’è una retorica aziendale che suona come una ninna nanna ben confezionata: “le persone sono la nostra risorsa più importante”. Una frase elegante, liscia come una parete blu di una costruzione industriale. Perfetta, impenetrabile, rassicurante. Talmente liscia da non offrire appigli.
Poi guardi meglio. E trovi quell’albero.
Già, perché appena la sfrondi della ipocrisia o dell’incompetenza di chi quella frase l’ha detta, ti accorgi che qualcosa non torna: se davvero le persone fossero la cosa più importante, non le chiameremmo risorse. Le risorse si allocano, si ottimizzano, si sostituiscono. Le persone, semmai, si ascoltano, si contraddicono, a volte si sopportano, spesso si perdono. Quando una organizzazione ha uno scopo, magari di lucro, la verità è meno poetica e molto più verticale: non è un’orchestra, è una linea di comando. Non si dirige per democrazia e non è un male che sia così. E’ una necessità. Dunque, o sei allineato con chi guida, oppure ti sposti.
Dunque, il problema non è l’assenza di democrazia bensì la finzione che ci sia quando non c’è. Ed è lì che nascono l’ipocrisia, o peggio, l’incompetenza travestita da cultura aziendale.
E’ dentro questo scenario che si apre una differenza che sembra semantica ma in realtà è esistenziale: quella tra lavoro e mestiere. Un lavoro è ciò che fai per vivere, per restare a galla, per rispondere a un bisogno immediato. Un mestiere è ciò che sai fare anche quando le condizioni cambiano, quando il terreno si fa duro, quando nessuno ti dice più esattamente cosa fare. Il lavoro, a volte, sfama. Il mestiere, di solito, sfama e diverte e soprattutto ti tiene in piedi mentre il contesto scivola. Il lavoro può essere sostituito, riassegnato, eliminato con una riga su un organigramma. Il mestiere no: può essere ignorato, messo ai margini, reso scomodo, ma non replicato davvero. E proprio per questo è pericoloso, perché rende meno addomesticabili, meno allineati per definizione, più difficili da inserire in una parete liscia dove tutto deve combaciare.
Il mestiere, è una faccia della libertà.
E allora torni a guardare quell’albero. Non è rigoglioso, non è spettacolare, non è neppure utile nel senso immediato del termine. È lì, sottile, quasi fuori posto, in mezzo a un ambiente che non è un ambiente ma un protocollo. Sembra una “risorsa” competente che, all’improvviso, non serve più. Non perché non abbia valore, ma perché il sistema ha smesso di avere bisogno di quel tipo di valore. Non serve più quella competenza che pensa, serve conformità che esegue. L’albero non è sbagliato, non è storto, non è inefficiente: è coerente con la propria natura. Spinoza lo direbbe felice. In realtà, è il contesto che non sa più cosa farsene di qualcosa che cresce senza chiedere permesso, che non si allinea al blu uniforme, che introduce una discontinuità, una crepa, un attrito.
E l’attrito, in molti sistemi, è il vero nemico. Non perché blocchi, ma perché costringe a scegliere, a prendere posizione, a uscire dalla comfort zone della ripetizione. Così l’albero resta lì, formalmente vivo, sostanzialmente irrilevante, come certi ruoli che si tengono per abitudine o per non disturbare l’estetica organizzativa. Non viene abbattuto, ma nemmeno nutrito davvero. È tollerato. E questa è forse la forma più sottile di espulsione: restare dentro senza avere più spazio per crescere.
Alla fine, dire che le persone sono importanti è facile. Costruire contesti in cui il mestiere conta davvero è un’altra storia, perché il mestiere fa domande, rompe automatismi, rifiuta scorciatoie e, soprattutto, non si lascia trasformare in superficie liscia. Ed è proprio per questo che il potere, soprattutto quando è disaccoppiato dalla responsabilità professionale e sociale, nutrito da dati massaggiati ad arte e immune al costo dei propri errori, finisce per temerlo.
E allora la verità, quella meno elegante ma più onesta, è che molte aziende non mettono al centro le persone, bensì ciò che non contraddice l’azienda stessa.
E quell’albero, lì davanti, non sta morendo. Sta semplicemente pagando il prezzo di non essere diventato parete.
Paolo Foglio










