© Roberto Besana
Ci sono fotografie che raccontano un soggetto e fotografie che raccontano una forza. Questa appartiene alla seconda categoria.
A prima vista sembra non accadere nulla. Una parete di cemento. Un panno grezzo appeso. Nessuna figura umana, nessun gesto. Niente altro che un raffinato bianco e nero. Eppure l’immagine è attraversata da una presenza invisibile che ne determina ogni dettaglio: la gravità.
Non la vediamo, naturalmente. Vediamo soltanto i suoi effetti.
Le pieghe del tessuto non sono il risultato di una composizione artistica, ma di una precisa negoziazione tra peso, attrito e resistenza della fibra. Il panno non sceglie la propria forma bensì la conquista cedendo. Ogni curva è la risposta inevitabile a un campo di forze. E la bellezza dell’immagine nasce proprio da questa apparente contraddizione: la libertà della forma è figlia della necessità.
È un’immagine che, curiosamente, richiama uno dei principi più profondi del cinema di Christopher Nolan dove architettura e spazio non sono scenografie ma campi di forza. I suoi personaggi sembrano continuamente misurarsi con dimensioni che li superano: il tempo, la gravità, la memoria, il destino. La monumentalità delle sue inquadrature non celebra l’uomo, ma la sproporzione tra l’uomo e ciò che lo governa. Con Nolan, l’uomo è immerso in leggi che non controlla: la gravità in Interstellar, il tempo in Memento, l’entropia in Tenet, il destino storico in Oppenheimer. L’eroe non domina mai lo spazio; è lo spazio che lo costringe. Proprio come il panno della fotografia.
Il tempo, la memoria, l’entropia, la gravità, la storia.
Impossibile a questo punto non accennare all’Odissea e a Ulisse che più che un navigatore è un uomo continuamente modellato da energie più grandi di lui. Ed è qui che questa fotografia smette di parlare di un tessuto.
Come le pieghe sono modellate dalla gravità, anche il viaggio di Ulisse è modellato da forze invisibili. I venti, il mare, il tempo, gli dèi, la nostalgia, il desiderio di casa. Ogni approdo modifica la sua forma interiore, proprio come ogni piega modifica il disegno del panno.
Ulisse è celebrato come l’eroe dell’intelligenza, ma la sua grandezza non consiste nel dominare il destino. Consiste nel trovare ogni volta una forma nuova senza spezzarsi. È un’intelligenza elastica, capace di adattarsi alle costrizioni invece di negarle. Il tessuto della fotografia racconta esattamente questo. Non oppone resistenza alla gravità. La accoglie. Ed è proprio questa resa apparente a generare la sua eleganza.
Esiste però un dettaglio ancora più sorprendente. Nell’immagine domina il vuoto. Il tessuto occupa appena una sottile fascia del fotogramma. Tutto il resto è parete, silenzio, spazio disponibile. È una composizione che sembra costruita più sull’assenza che sulla presenza.
Anche questa è una lezione profondamente omerica.
L’Odissea comincia con un’assenza. Prima ancora che Ulisse appaia, il poema racconta il vuoto che ha lasciato dietro di sé. Telemaco cresce nell’assenza del padre. Penelope vive nell’assenza del marito. Itaca è definita dall’assenza del suo re. Il ritorno acquista significato proprio perché esiste un vuoto da colmare.
La fotografia sembra condividere la stessa struttura narrativa. Il soggetto non invade l’immagine. La occupa appena, lasciando che sia il vuoto a costruirne la tensione. E allora quella punta rivolta verso il basso assume un significato ulteriore. Non indica semplicemente la terra. Indica una direzione.
In greco antico esiste una parola che racchiude l’intera Odissea: νόστος, il ritorno. Non è soltanto il rientro a casa. È una forza di orientamento. Un richiamo costante che continua ad agire anche quando tutto sembra trascinare nella direzione opposta. Così come la gravità orienta il tessuto verso il basso, il nostos orienta Ulisse verso Itaca. Tempeste, mostri, seduzioni e naufragi non cancellano quella direzione fondamentale. Possono deformarla, ritardarla, complicarla. Mai annullarla.
Questo è il punto d’incontro fra questa fotografia, Omero e Nolan.
Le grandi storie non parlano di uomini che vincono le forze della natura. Parlano di uomini che imparano ad abitarle.
Le pieghe del panno non sono difetti della materia, sono la forma visibile di una legge invisibile. Così anche il viaggio di Ulisse non è una linea retta verso casa. È una successione di pieghe. Ogni deviazione conserva però memoria della stessa direzione.
Ed questa la lezione più silenziosa dell’immagine: la gravità non è l’opposto del viaggio. Ne è la condizione. Solo ciò che possiede un centro può allontanarsene. Solo ciò che è attratto da un ritorno può raccontare davvero un’Odissea.
La gravità dà una direzione alla materia. Il nostos dà una direzione alla vita.
Paolo Foglio










