© Roberto Besana
Eccentrica e matematica, felice della sua geometria, la struttura è contenuta dentro una formula perfetta, una sequenza di cerchi concentrici incastonati in un rettangolo di pietra. Acciaio, luce fredda, superfici levigate. L’architettura non fa da sfondo: fa da misura. A dare la scala del tutto provvede una figura che si intuisce umana, ridotta a sagoma, un’ombra in movimento colta di passaggio. Non posa, non si offre allo sguardo, attraversa il campo. Una figura che negozia la propria presenza dentro un ordine già dato, tecnico, ingegnerizzato, quasi automatico.
E’ l’uomo vitruviano al contrario: quello di Leonardo, simbolo dell’equilibrio tra l’uomo e l’universo, dove il corpo umano contiene proporzioni armoniche utili a cucire i vestiti della nostra intelligenza quali sono l’architettura, l’arte o la matematica. Questo invece, moderno, a rappresentarci quali figure residue in un mondo dove ingegno e presunzione umana hanno raggiunto il loro limite possibile nella fusione tra realtà fisica e realtà virtuale. Un mondo dove materia e immaginazione diventano indistinguibili perchè trasformati in una unica stratificata entità.
Ce ne abbiamo messo del tempo per arrivare sino qui. Abbiamo iniziato addomesticando l’energia, definendo la macchina come protesi dei nostri muscoli e dei nostri desideri di onnipotenza, posizionandoci, Golem permettendo, un gradino appena sotto Dio. Abbiamo finito, almeno al momento, collegando le nostre creazioni in rete e attribuendo loro una finta intelligenza ovvero mettendo in gabbia l’unica vera grandezza fondamentale dell’universo quale è l’informazione.
E infine ci siamo trovati davanti a qualcosa di totalmente nuovo: la materia fisica e la materia virtuale che si fondono, diventano un unico tessuto pulsante, irreversibile. Il corpo diventa flusso di dati, il dato diventa prolungamento dei nostri sensi e i dati processati in modelli e simulazioni prevedono e alle volte predicono il reale, tornando ad esso dove il gesto umano riverbera nella rete come onda di un mare invisibile.
Attenzione, qui l’ingenuo concetto di onlife non c’entra nulla. Non esiste un centro, non esiste un “noi” privilegiato. L’essere umano non comanda, non media, non è il cuore di nulla. È solo un nodo in una rete mesh, così la definiscono i tecnologi, una tessitura di nodi connessi tra loro e in cui ogni impulso, fisico o digitale, si propaga attraverso percorsi multipli senza gerarchie fisse, dove il concetto stesso di centro diventa un’illusione.
Non ci sono gerarchie rassicuranti, né equilibrio statico: tutto pulsa, tutto scorre, tutto si intreccia, tutto cambia. L’“io” è solo un frammento di questa tessitura infinita, un battito tra miliardi di onde nate da cervelli fatti a volte di carbonio, a volte di silicio. Questa rete non ci osserva, non ci serve, non ci esclude: semplicemente esiste, funziona, cioè in qualche maniera è “viva”, e sta annullando la differenza tra materia reale e materia virtuale, stratificandole in un unico continuo.
Ed è qui che ora noi abitiamo e continueremo ad abitare: in un mondo dove, come in un vecchio racconto di Arthur Clarke, prima o poi le stelle cominceranno a spegnersi. Senza alcun bisogno e comunque molto prima che ci pensi una qualsiasi SkyNet.
Paolo Foglio











