
© Roberto Besana
Ripetuto implacabilmente quale incipit di ogni corso di fotografia che si rispetti, etimologicamente parlando fotografia significa “scrittura della luce”.
Invece, questa immagine, a osservarla meglio, è fotografica solo come supporto. In realtà è una biografia. Anzi, una biografia nel senso più letterale del termine: la “scrittura della vita”. L’insetto, nel suo percorso vitale e invisibile sotto la corteccia, ha agito come il fascio di luce che impressiona una pellicola. L’albero ha “sviluppato” questa immagine nel corso degli anni, trattenendo il vuoto e trasformandolo in una cicatrice permanente. Ciò che stringiamo visivamente non è la forma dell’albero, ma la forma del tempo che lo ha attraversato.
Questo concetto apre una prospettiva straordinaria: l’idea che la natura non sia solo l’oggetto della fotografia, ma il primo agente fotografico. Il tronco dell’albero non ha semplicemente subito un danno; ha registrato un’attività. Ha agito come una lastra fotosensibile, dove al posto della luce c’è stato il movimento biologico e il legno al posto dei sali d’argento.
Gli insetti sono scomparsi da tempo. Il loro movimento è terminato. Il processo biologico che ha generato queste gallerie appartiene al passato. Eppure continua a essere presente attraverso la forma che ha lasciato dietro di sé. Per una volta, la fotografia non mostra l’azione: mostra la sua traccia.
In questo senso, la fotografia racconta una delle caratteristiche più affascinanti del tempo: la sua capacità di trasformarsi in materia.
Quelle gallerie non sono semplici segni sul legno. Sono il tempo diventato spazio. Ogni curva, ogni deviazione, ogni biforcazione è una decisione biologica cristallizzata: un evento che non esiste più, ma che continua a produrre effetti. L’albero diventa così un archivio inconsapevole, un supporto che conserva la memoria di un’interazione ormai conclusa.
A questo punto, è quasi impossibile non pensare alla distinzione tra memoria e storia.
La memoria è viva, mutevole, presente. La storia è ciò che resta quando il presente si allontana. Queste incisioni appartengono alla storia dell’albero. Non sono più esperienza: sono testimonianza. Eppure possiedono una qualità particolare: non sono state scritte per essere lette.
A differenza di un documento, di una fotografia o di un libro, queste tracce non nascono per comunicare qualcosa. Sono sottoprodotti di un’attività. Sono residui e, proprio per questo, risultano così autentiche. L’albero non racconta una narrazione costruita, non seleziona gli eventi significativi, non interpreta il proprio passato: lo espone semplicemente attraverso le trasformazioni subite.
Vista in tale luce, questa fotografia diventa una metafora straordinaria della memoria del mondo.
Anche le civiltà lasciano gallerie nel legno del tempo.
Le città conservano l’impronta delle economie che le hanno costruite.
Le infrastrutture conservano le scelte politiche che le hanno generate.
Le lingue custodiscono tracce di migrazioni dimenticate.
I paesaggi portano ancora i segni di guerre, coltivazioni, commerci e catastrofi che nessuno ricorda più direttamente.
Ogni realtà complessa è attraversata da incisioni prodotte da eventi che non sono più osservabili, ma che continuano a essere leggibili.
La fotografia suggerisce allora una riflessione quasi archeologica: conoscere il presente significa imparare a leggere le cicatrici. Non vediamo gli insetti, non vediamo il processo, non vediamo il tempo. Vediamo soltanto ciò che il tempo ha lasciato dietro di sé. Eppure, da quelle tracce siamo in grado di ricostruire una storia. In questo senso, l’immagine dialoga sorprendentemente bene con il concetto contemporaneo di data lineage. In un sistema informatico, il dato finale è spesso la sola cosa visibile; ma dietro di esso esiste una catena di trasformazioni, decisioni, passaggi e relazioni che ne spiegano l’esistenza. La forma presente è la documentazione involontaria di un processo passato, e le gallerie dell’insetto sono il lineage dell’albero. Perché ciò che osserviamo non è legno consumato: è il passato che si è rifiutato di scomparire completamente.
E forse è proprio questa la definizione più profonda di fotografia: non l’arte di fermare un istante scrivendo con la luce, bensì la capacità di rendere visibile ciò che non c’è più.
Paolo Foglio










