© Roberto Besana

 

Questa immagine respira a bassa voce. Il ceppo, al centro, non è soltanto ciò che resta: è ciò che insiste. Ha una presenza quasi animale, una creatura accovacciata, il dorso teso, le radici come zampe pronte a scattare. Sembra sul punto di muoversi e invece è inchiodato a una immobilità irrevocabile. Nell’inquadratura si avverte una tensione sottile tra verticale e orizzontale. Gli alberi salgono, disciplinati, mentre il ceppo si allarga, occupa spazio con ostinazione. È la geometria della caduta contro quella della crescita. Gli alberi diventano colonne, testimoni silenziosi di un evento che non vediamo ma intuiamo: un taglio, una sottrazione, una violenza. Una perdita.

Sì, l’immagine parla di perdita. Ma soprattutto di ciò che non si dissolve dopo la perdita. Il ceppo non è più albero, e non è ancora terra. Abita una soglia, un limen ambiguo dove le categorie smettono di funzionare. È una condizione profondamente umana, sociale, politica: quando qualcosa finisce, ciò che resta non è mai un residuo neutro, ma una forma nuova, irregolare, talvolta più espressiva dell’originale. È un resto sospeso, come una parola dimenticata a metà frase. Ed è proprio lì, in quella sospensione, che l’identità si rivela per ciò che è: non una sostanza, ma una traiettoria interrotta che continua a vibrare.

Se si insiste nello sguardo, il ceppo smette di essere una fine e diventa una forma di resistenza. Non eroica, ma ostinata. Una resistenza che non si oppone al tempo, lo assorbe. Lo lascia lavorare, trasformando la perdita in materia. Forse è questo il nucleo più profondo dell’immagine: l’identità non coincide con ciò che resta intatto, ma con ciò che riesce a prendere forma anche quando qualcosa si rompe.

Qui emerge un passaggio quasi impercettibile in cui il ceppo smette di essere un fatto naturale e diventa figura collettiva. Allargando lo sguardo, non è più soltanto “identità dopo la perdita”, ma identità dopo una frattura condivisa. Gli esseri umani costruiscono sé stessi anche per sottrazione. Ogni rito di passaggio, ogni trasformazione reale, comporta una perdita: dell’infanzia, di uno status, di una sicurezza, di un confine. Per diventare qualcosa bisogna essere tagliati via da ciò che si era. E qui l’immagine torna a colpire con precisione. Il ceppo non è soltanto ciò che resta dopo il taglio: è ciò che obbliga a ripensare tutto il bosco intorno. Diventa la figura di ciò che accade quando una storia si spezza sotto gli occhi di tutti. Come, tra i molti esempi possibili, accade in Ucraina o a Gaza: fratture che costringono il resto del mondo a interrogarsi su confini, responsabilità, linguaggi.

Gli alberi verticali, ordinati, non sono innocenti. Sono presenze che non possono più fingere che il terreno sia uniforme. Il bosco non è un blocco: è una costellazione di tronchi che oscillano tra slancio, prudenza, interesse, ipocrisia. Alcuni si inclinano verso l’azione, altri arretrano, molti restano in una zona di ambiguità operativa. Eppure, da lontano, tutto appare immobile. È qui che nasce una sensazione di ignavia e anche di schifo: non dall’assenza totale di movimento, ma dalla somma di movimenti insufficienti, incapaci di cambiare davvero la forma del quadro. Il ceppo muore e i suoi fratelli stanno a guardare. Non è una scena naturale, è una scena politica. Il bosco non è innocente: è organizzato, calcolante, attento a non incrinare la propria verticalità mentre uno dei suoi viene reciso. La morte del ceppo diventa un fatto gestibile, una variabile tra le altre.

Gli alberi non intervengono perché intervenire costa. Costa energia, consenso, stabilità interna. Costa esporsi. Così affinano l’arte di guardare: dichiarazioni calibrate, azioni parziali, indignazioni a geometria variabile. Una coreografia della distanza. Il ceppo smette di essere un fratello e diventa un dossier. È una crudeltà fredda, ma efficiente. Il bosco protegge la propria forma. Sa che ogni scarto netto potrebbe propagarsi lungo radici intrecciate e cambiare tutto. Meglio contenere, gestire, diluire. Meglio la continuità della foresta che il rischio di una frattura più ampia. È una scelta, non una fatalità.

Eppure quella scelta ha un prezzo che non compare nei bilanci. Ogni volta che il ceppo muore sotto gli occhi degli altri, qualcosa si assottiglia nella legittimità morale del bosco. La verticalità resta, ma perde spessore. Diventa più rigida, meno credibile. Gli alberi continuano a stare in piedi, ma si intuisce che stanno anche proteggendo sé stessi dal passo che li cambierebbe davvero.

“Stare a guardare” è la formula del nostro tempo: un gesto che sembra innocuo e invece decide la forma del mondo. Perché mentre guardi e non rompi l’equilibrio, scegli quale equilibrio salvare. E quale ceppo può morire perché il bosco continui a sembrare intatto.

Ma quel ceppo, che non può più aspirare al cielo, non dimentica. nè muore. Resiste. Il bosco può continuare a guardare, certo. Può chiamare prudenza la paura, equilibrio l’inerzia, responsabilità la distanza. Ma quando la linea cede, non c’è più coreografia che tenga. Non sarà vendetta, parola troppo semplice. Sarà fisica della storia.

 

Paolo Foglio

Roberto Besana e Paolo Foglio
Paolo Foglio è nato di prima mattina, in una giornata di fine novembre di svariati anni fa. La leggenda familiare narra che quello fu l’unico momento in cui, di sua spontanea volontà, si alzò presto; sulla veridicità di tale affermazione, tuttavia, persistono dubbi significativi. Per capriccio del destino, Paolo incarna molte delle caratteristiche attribuite dall’astrologia a uno Scorpione novembrino con ascendente Sagittario: passione profonda, un gusto innato per la novità, una spiccata capacità di relazione e un’aura di ostinato ottimismo. Fin dall’infanzia ha manifestato un vivo interesse per la tecnologia e per le “cose elettriche”, mostrando una particolare attrazione per tutto ciò che poteva essere smontato e rimontato, preferibilmente risparmiando qualche pezzo. Il suo percorso lo ha condotto a diventare ingegnere elettronico e, da anni, si occupa di innovazione tecnologica nel settore automobilistico. Nel 2021, in collaborazione con l’Università di Torino, ha vinto lo USA NAM Manufacturing Leadership Award per l’intelligenza artificiale. Attualmente si occupa di strategie di trasformazione digitale per un noto gruppo multinazionale italiano. È autore per i tipi di Töpffer edizioni di Macchinità, un’opera che esplora il rapporto tra esseri umani, tecnologia e immaginari contemporanei, mettendo in discussione le narrazioni semplificate sull’automazione e sull’intelligenza artificiale. Ogni tanto fotografa, come forma di osservazione lenta e di indagine sul reale, convinto che anche le immagini, come le macchine, dicano molto più di quanto mostrino. La sua visione del mondo si fonda sulla convinzione che la separazione tra arte e scienza sia artificiosa e, talvolta, funzionale a chi trae profitto dall’ignoranza. Paolo sostiene che l’uso congiunto di strumenti e prospettive intellettuali differenti rappresenti l’unico modo sensato per comprendere ciò che ci circonda. Con o senza l’aiuto delle macchine. Roberto Besana, nasce a Monza, risiede alla Spezia. Un lungo passato da manager editoriale giunto sino alla Direzione Generale della DeAgostini, coltiva la sua passione per la fotografia operando per lo sviluppo e realizzazione di progetti culturali attraverso mostre, convegni, pubblicazioni. Nella sua fotografia riverbera la sensibilità ai temi ambientali per i quali è attivo nella diffusione di conoscenza e rispetto. Le sue immagini sono principalmente "all'aria aperta", dove lo portano i passi. Ambiente e paesaggio sono i suoi principali filoni di ricerca. I suoi lavori fotografici sono presenti in libri e quotidiani, siti web, riviste. Al suo all'attivo innumerevoli mostre personali e collettive. Dirige o collabora alla realizzazione di eventi e festival culturali. Membro del comitato scientifico del periodico culturale Globus, curatore editoriale della collana "Fotografia e Parola" di Oltre Edizioni, ha una rubrica fissa sui periodici -.eco ed anche NOCSensei- I suoi ultimi libri pubblicati - L'albero, dialoghi tra fotografo e scrittore, 2020 - Il Paesaggio, dialoghi tra fotografia e parola, 2021 - La Sfilata del Palio del Golfo, 2021 - L'Acqua, dialoghi tra fotografia e parola, 2022 - 100 anni del Palio del Golfo, 2025

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