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Poetica del superfluo

Poetica del superfluo.

Di Antonio de Feo

 

Un pensiero per l’immagine nell’immaginario collettivo.
Il passaggio dal fisico come tangibile al digitale cosa ha portato nell’interpretazione dell’immagine? La grande quantità di fotografie ed immagini ha fatto si che esse perdessero valore? Come una fotografia può e deve distinguersi da una serie di immagini che annebbiano la nostra mente? La fotografia quando smette di essere tale e diventa immagine?

 

Serie di tre fotogrammi stampati da un rullo trovato casualmente non sviluppato. In un mercatino delle pulci.

 

“Nell’immagine, l’oggetto si presenta in blocco e la percezione ne è certa – contrariamente a quanto avviene per il testo o altre percezioni che mi presentano l’oggetto in forma vaga, discutibile, e che in tal modo mi esortano a diffidare di ciò che credo di vedere. Questa certezza è assoluta perché ho la possibilità di osservare la fotografia con intensità, d’altra parte, per quanto prolunghi tale osservazione, essa non apprende nulla.

Ed è precisamente in questa sospensione dell’interpretazione che risiede la certezza della Foto; io mi consumo nel constatare che ciò è stato; per chiunque tenga una foto in mano, questa é una credenza fondamentale.

Una “Urdoxa” che niente può annullare, posto che mi venga provato che quell’immagine non è una fotografia.

Purtroppo, è proporzionalmente alla sua certezza che io non posso dire niente di quella foto.”

Barthes, R., La camera chiara, nota sulla fotografia, Einaudi, 1980.

Con la consapevolezza di un passato grande e glorioso, si affronta un presente in dpi. Con questo inciso decido di immergermi in un complesso ed aggrovigliato tema, per cercare di rispondere a quelle che da parecchio tempo sono i quesiti che rimbombano nella mia testa. Per ordinare tali discorsi sarebbe opportuno, ma non indispensabile, partire dalle origini. Mera scoperta tecnologica, la fotografia si mise da subito come surrogata della pittura, in un contesto assai non accademico, già in crisi. Affrontando interminabili e, a volte, inutili discussioni essa assunse un ruolo sempre più deciso, ponendosi come “arte” distinta dalle precedenti forme di rappresentazione bidimensionali.

Rassicurati, quindi, della sua indipendenza, bisogna analizzarla nei successivi decenni.
Dapprima come forma di ricordo, pensiamo alle grandi fotografie di famiglia, essa si fece strada, come mezzo di documentazione, ponendosi come a volte compagna e a volte nemica del giornalismo. Ancora dopo con la nascita del piccolo formato, 35 mm, essa divenne mezzo semplice ed immediato di racconto e diffusione di cronaca.
Solo per completezza e ammirazione, non resta che citare Robert Capa, che ad inizio secolo scorso, raccontava le guerre in corso; memorabile Miliziano repubblicano colpito a morte. Discostandomi per qualche riga dal precedente discorso, ritengo doveroso ricordarmi che quella fotografia fu fatta senza mettere l’occhio al mirino, ma alzando la macchina fotografica oltre la trincea e caricando e scattando a “raffica”, con lo stesso
ritmo dei colpi da arma da fuoco che uccisero quell’uomo.

Ritornando al su citato motivo di questo breve e modesto scritto sulla fotografia contemporanea, torno ad analizzare un po’ il passato. Durante gli anni ’50 la fotografia divenne mezzo pubblicitario, senza scostarsi dal precedente e senza annullarlo, essa raccontava le scelte stilistiche che la storia stava avendo.

La fotografia divenne poi a colori e nel mercato si fecero strada le emulsioni a sviluppo immediato. Essa veniva contemporaneamente usata anche come mezzo artistico e di ribellione, per egocentrismo e ammirazione, cito Mapplertorpe. La fotografia allora si inserì, come mai nessun arte applicata fece in precedenza, nelle famiglie. Rulli e rulli di pellicola per raccontare Prime Comunioni, Matrimoni e nascite di figli legittimi. Piccole cartoline mandate oltreoceano per ricordare l’amore che si provava verso una donna, erano il mezzo di comunicazione sempre più diffuso.

É proprio la parola comunicazione che ora mi fa discostare dal termine fotografia. Penso, quindi, alla scrittura. Un mezzo facile, veloce ed economico, eppure non inflazionato. Ci si avvicina con modestia, attenzione e duro lavoro. Si cerca di conoscere almeno in parte la storia, leggendo romanzi e poesie. Conosciuta la tecnica, ognuno di noi decide come usarla, pochi si avventurano nel mondo della letteratura e altri se la lasciano solo per gli appunti della spesa, scrivere una ricetta o mandare la buonanotte ad una persona lontana,
perché in quel caso è meglio del proprio selfie fra le lenzuola.
Ma cosa è l’immagine?

Guardando un’architettura si ha un’immagine di essa, struttura fisica in pietra.
Guardando una tela di Dalì si ha un’immagine immateriale presente solo nella nostra testa di un qualcosa di fisico. Questa immagine sarà poi soggetto di una serie di inneschi immateriali che porteranno dentro noi emozioni e ricordi. Immagine è però anche una rappresentazione cartacea creata digitalmente, o in generale con l’ausilio della tipografia; pensiamo alle locandine capaci di comunicare un sentimento, lo stesso che si crea nel momento in cui guardiamo qualcosa di tridimensionale; ma immagine è anche un’opera d’arte pittorica.

Un’immagine può essere un insieme di pixel bidimensionali che si sviluppano su uno schermo nel giro di pochi attimi giustapponendosi per colore, un affresco rinascimentale, parte di una struttura, inscindibile quindi anche dall’opera architettonica, anch’essa spesso visualizzabile solo come immagine.
Dovendo passare nell’era digitale, è evidente che si è creatori di immagini che hanno una loro fisicità fatta di dati e codici. In questi anni produciamo un’infinita quantità di immagini che spesso sono fruibili anche solo digitalmente e per attimi. Immagini che sono simili fra loro, se non uguali.

E’ infatti su questo concetto che mi vorrei soffermare: facciamo il caso che si decide di produrre un’immagine che può essere nel più banale delle situazioni uno screenshoot di una home di un sito. Prodotta questa immagine, che nel linguaggio digitale sarà chiamata .jpg, si decide di inviarla ad una serie di amici, i quali decidono a loro volta di inviarla a dei loro contatti. In pochi secondi si produce una quantità numerica di immagini molto alta. Qui si pone quindi il fuoco: grande quantità di immagini create in breve tempo.

Non ci educano, ci pongono in mano uno strumento e il giorno dopo riempiamo di “foto” la nostra home di Instagram. Pian piano che continua a calare il sole, mi rendo sempre più conto del pasticcio nel quale mi sto mettendo. Decido, quindi, di uscirne ponendomi una domanda: serve la fotografia? e se si, a cosa?

La fotografia serve, bisogna utilizzarla, ma con coscienza e attenzione.

La fotografia serve, bisogna che ognuno ne faccia uso, ne veda di migliaia al giorno, e ne tragga un sentimento, un concetto, una storia.

La fotografia serve, bisogna utilizzarla per farsi del bene, per rilassarsi e per pensare.

Viviamo negli istanti e decidiamo di fermarli; dobbiamo viverli bene, anche condividendoli.

 

Di Antonio de Feo

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