Vivere come leoni in gabbia: la Terza Età al tempo del Coronavirus

di Anna Fici

 

Cammino e mi sorprendo a sorridere sotto la mascherina. Non credevo di poter uscire in strada con tanta tranquillità nel cuore. Da dove la prendo? In questa immane tragedia, per assurdo, basta un briciolo di sole ed è già festa. È straordinaria la nostra capacità di adattamento! Basta poter comprare due vasi di margherite per il balcone.

 

 

Gli occhi sono diventati più che mai i protagonisti di questo tempo. Si è costretti a cercare quelli nell’incontro tra sconosciuti, sperando di trovarvi un po’ di rassicurazione. Vedo persone più o meno tranquille che chiacchierano in coda. Ognuno ha qualcosa da dire. Ognuno ha una teoria sul virus. Alcuni fanno battute aggrappandosi alla leggerezza come all’unico rimedio per sopportare tutto questo. Ma vedo anche tanti occhi tristi, persi, che vagano per i corridoi semideserti dei supermercati alla ricerca della qualità di pane a cui erano abituati, dei loro biscotti, di un po’ di normalità. In strada, guardano le saracinesche chiuse dei negozi di cui era fatto il loro quotidiano, le panchine vuote, le chiese che non possono accogliere le loro preghiere. Sono soprattutto gli occhi degli anziani, di quelli ancora autosufficienti ai quali la malattia e la perdita della libertà fanno paura più della morte stessa. Oggi proprio loro che notoriamente guardano tanta televisione, sono bombardati da notizie che incutono terrore. Sotto le rughe e le grinze della pelle, accentuate dagli elastici dell’igienica museruola che sono costretti a portare, sono tornati ad uno sguardo bambino di stupore e paura. Forse si chiedono se faranno a tempo a rivedere un mondo normale. A rivedere figli e nipoti lontani.

I media non fanno che ricordare la loro fragilità, non fanno che far presente che rischiano di morire prima degli altri – e questo sarebbe nell’ordine delle cose – ma in un modo terribile, in solitudine, strappati via da ogni affetto e conforto. Alcuni, già da prima che si diffondesse questa pandemia, si sentivano dei leoni in gabbia, costretti in un corpo che non gli corrisponde più, che non ne asseconda i desideri. Ad alcuni era già stata messa la museruola da un internamento in RSA (Ricovero sanitario assistenziale), o in casa di riposo. Adesso è solo più palese la condizione a cui l’età avanzata spesso ci consegna in una società che da un lato allunga i nostri giorni e poi non sa come gestire la vecchiaia che, insieme alla morte, è quanto di più rimosso ed esorcizzato. I progressi della scienza e della medicina corrono troppo veloci per la politica, per le politiche sociali. Una vita più lunga preme sull’economia come una minaccia e siamo impreparati a trovare dei modi per trasformarla in risorsa. Lo si fa in ambito privato, familiare, in cui i nonni sono d’aiuto fino a che non hanno bisogno di aiuto. E quando questo accade, la famiglia è spesso lasciata sola con il suo problema.

In Italia gli anziani sono tanti. L’ammontare della popolazione di sessantacinque anni o più, rapportato alla popolazione di età inferiore a quindici anni rappresenta l’indice di vecchiaia che nel 2019 era di 173,1. Significa che per 100 ragazzi ci sono 173 anziani: quasi il doppio. Dovremmo prenderne atto. E dovremmo interrogarci sul senso di un allungamento della vita privo di tutele, ascolto, diritti, possibilità di socializzazione; in altre parole, privo di libertà.

In questi giorni, nel bene e nel male, la vecchiaia è saltata agli onori della cronaca e fa audience. E se da un lato questo è molto negativo perché le notizie sono relative a morti o a maltrattamenti, dall’altro è una opportunità. Il Coronavirus li sta rendendo visibili come non lo sono mai stati prima. E ci sta dando una opportunità di ripensamento del nostro rapporto con gli ultimi anni della vita e con la morte.

 

 

Se va diffondendosi sempre di più il ricorso alla postproduzione spinta delle fotografie, alla chirurgia estetica e persino alla tanatoestetica per ravvivare le salme, forse qualche domanda sul nostro rapporto con il naturale decadimento fisico dovremmo farcela.

Ritornando alla ribalta mediatica, alcune notizie hanno recentemente sconvolto l’opinione pubblica. Si pensi alla notizia della casa di riposo di San Giuseppe Jato in cui si perpetravano violenze inaudite contro anziani disabili, chiusa recentemente dai Carabinieri di Monreale. O alla vicenda della “Bell’Aurora”, altra casa di riposo in pieno centro a Palermo, in cui si è intervenuti con un blitz per liberare undici anziani e arrestare l’amministratrice e cinque collaboratrici con l’accusa di maltrattamenti. Si pensi allo scandalo del Pio Albergo Trivulsio in cui pare che esseri umani malati gravemente siano stati ammassati come in una discarica e condannati a morte certa.
Cose del genere, ahimè, accadevano anche prima e lo sapevamo. Ma qualcosa nella percezione collettiva aveva interrotto il filo che lega il nostro caro anziano (padre, madre, zio, zia, nonno, nonna) all’anziano come categoria sociale. L’anziano generico è qualcosa che la logica del profitto e dell’efficienza considerano un intollerabile inciampo. È qualcuno che, non soltanto è improduttivo ma costa e costa tanto. Ed è uno specchio doloroso in cui incontriamo la caducità della vita, il senso del limite, le cicatrici che l’esperienza procura all’anima e al corpo, rese improvvisamente visibili dalla perdita dei freni inibitori che la vecchiaia a volte comporta. Nell’anziano generico incontriamo tutto ciò che temiamo di più. Incontriamo a volte un fard che non abbellisce, ridicolizza. Ma agli occhi di chi? Forse dell’estetica del glamour digitale che abbiamo interiorizzato. Incontriamo un corpo che ci ricorda la sua natura di macchina che si può guastare, graffiare, accartocciare. Incontriamo soprattutto la libertà di essere ciò che si è, che i vecchi come i bambini vivono al di là dei modelli imposti. È una libertà spiazzante! E forse avvertiamo la tentazione di punirla e di reprimerla. Qualcuno appunto lo fa.

A fronte di cronache terribili vi sono naturalmente buoni esempi e buone pratiche. Le iniziative del No Profit in questo campo, l’attività dei Centri Culturali di iniziativa privata a cui prevalentemente fanno capo le Università della terza età (frequentate comunque da persone mediamente agiate e con una certa dotazione culturale), l’attività del servizio sociale e degli enti locali che stanno diventando sempre più sensibili al tema. Forse oggi, sulla scia del Coronavirus, è più forte il bisogno di capire e di agire.

 

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