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Vecchi tempi andati

Di Erica Balduzzi

In collaborazione, redatto e pubblicato da Doog Reporter

 

Valle Argentina, Borgo Realdo
Comune di Triora (Imperia)

Quando entriamo nel minuscolo appartamento, Luigi sta preparando la cena, nel pentolino sfrigola una manciata di fettine appassite di cipolla.

Non sono ancora le sei di sera, la luce grigio ferro della primavera mista a inverno si sta acquattando dietro le montagne e Realdo – un manipolo di vecchie case gettate sull’orlo di una falesia a mille metri d’altitudine, nella Valle Argentina ligure – è già in penombra, già chiama alla notte.

«Venite, venite, entrate – Luigi ci fa strada, spegne il piccolo fornello, sposta le sedie per farci accomodare –.

Sono contento che siate passati. A volte mi capita di non vedere nessuno anche per quattro o cinque giorni di fila. Ci sono abituato, eh, però sapete com’è … ».

 

 

Luigi Lanteri Lianò è uno degli ultimi abitanti rimasti a Realdo, frazione del comune di Triora (IM) ma solo dal ’47, perché prima faceva parte del comune di Briga Marittima e ligure ci è diventato soltanto dopo la Seconda Guerra Mondiale: a testimoniarlo è rimasta soprattutto la lingua, una variante dialettale alpina associata all’area occitana e tutelata come minoranza linguistica, usata solo qui e nel vicino borgo di Verdeggia.

A parlarla però sono rimasti in pochi: oggi Realdo (Reaud, in occitano) ospita in pianta stabile soltanto sette abitanti.

Luigi è il più anziano e si porta sulle spalle 86 anni di ricordi, echi lontani di un mondo che sbiadisce inesorabilmente e probabilmente non tornerà più.

Era il mondo dei pastori e dei contadini, dei contrabbandieri e dei lupi: un mondo di pietra, immobile, che rischia di franare nell’oblio.

 

 

La casa di Luigi sembra uscita da un libro di storia. Una stanza scarna e in penombra funge al tempo stesso da cucina, salotto, sala da pranzo; una vecchia cucina a legna tossicchia in un angolo, poche tazze sbeccate fanno mostra di sé su una mensola sbilenca e qualche attrezzo da pastore – un campanaccio usurato e una vecchia forbice da tosa arrugginita – se ne sta appeso a un gancio, a metà strada tra il ricordo e la dimenticanza.

Niente ninnoli, niente fronzoli: altrove questa stanza sarebbe definita “minimal”, ma non servono anglicismi per raccontare la dignità, la geografia privata di una vita umile, abituata a possedere solo l’essenziale e a prendere il resto in prestito dalla montagna.

Cosa resterà di queste vite, viene da domandarsi, quando gli ultimi testimoni se ne saranno andati?

Quali ricordi dureranno in queste vallate già dimenticate dall’uomo, figurarsi da dio?

 

L’articolo prosegue sul sito di Doog Reporter

 

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