- Già pubblicato per WJ #141
- di ActiveStills
- Testo a cura di Matilde Castagna, Giulio Di Meo e Marika Ikonomu
“L’inferno di oggi non può oscurare la violenza degli ultimi decenni”
Francesca Albanese, relatrice speciale dell’Onu sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967

I territori palestinesi occupati costituiscono una crisi politica che si protrae, caratterizzata da 55 anni di occupazione militare da parte di Israele. A dirlo l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari (Ocha).
Le Nazioni Unite hanno riconosciuto formalmente la Palestina nel 2012, quando l’Assemblea generale ha adottato la risoluzione 67/19 assegnando allo Stato di Palestina lo status di osservatore permanente, ma non quello di stato membro.

Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est sono i territori che formano la Palestina, con una superficie complessiva di poco più di 6mila chilometri quadrati e una popolazione di 5,5 milioni di persone, in base ai dati di maggio 2023: 3,3 in Cisgiordania, compresa Gerusalemme est, e oltre 2,2 nella Striscia di Gaza, con un’età media di 18 anni (dati 2020).

L’occupazione israeliana e la periodica escalation del conflitto armato, secondo l’Ocha, hanno gravi conseguenze sulla popolazione palestinese: “minacce alla vita, alla libertà, alla sicurezza, distruzione o danneggiamento di abitazioni e altre proprietà, sfollamenti forzati, restrizioni alla libertà di movimento e all’accesso ai mezzi di sostentamento, e la mancanza di responsabilità e di rimedi efficaci”.
Nei territori palestinesi, sottolinea l’agenzia dell’Onu, la situazione umanitaria si è via via deteriorata, a causa di demolizioni, sfratti, dell’espansione degli insediamenti, della violenza legata ai coloni, di uno stato di assedio a Gaza: “una frammentazione strategica”.
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