L’ultima strega

Di Erica Balduzzi

In collaborazione, redatto e pubblicato da Doog Reporter

 

Triora | ©Erica Balduzzi, 2019

 

Dalla finestra della mansarda le pendici boscose della Valle Argentina sfumano della nebbia di un grigio pomeriggio di inizio aprile. Siamo nell’entroterra ligure, vicini al confine con la Francia: terra di paesi arroccati come nidi d’aquila, di campanili i cui rintocchi si rincorrono da pendio a pendio, di superstizioni che acquisiscono sempre più peso man mano che ci si lascia alle spalle la civiltà nota, i centri commerciali, le ferrovie.
Restano foschie, silenzi, tornanti. Leggende, anche.

Triora da quassù è un groviglio di tetti grigio rossastri. In lontananza, dall’altro lato della valle, un grumo di case strappa il verde-blu del bosco. «Quello è Galè – indica Antonietta, la mano nodosa che sfiora i vetri offuscati di condensa – e oltre quella costa c’è Cetta. E là, lo vedete il ponte di Loreto?». Per Antonietta Chetta, 91 anni, la geografia accartocciata di queste vallate è cosa semplice, i nomi delle borgate limitrofe immediati come quelli dei suoi figli. O delle sue erbe, che poi è un po’ la stessa cosa.

L’ultima strega | ©Erica Balduzzi, 2019

 

Di erbe, malocchio e bàgiue
Nel borgo delle streghe – come è chiamato Triora in virtù del grande processo per stregoneria che vi ebbe luogo tra il 1587 e il 1589 – Antonietta è oggi l’ultima erede di quella stirpe di contadine erboriste, di maghe curatrici che forse ha dato origine alle credenze popolari locali.

O che, più probabilmente, ciascun paese ha sempre avuto: ragazze, donne, anziane che hanno imparato l’arte della cura grazie a insegnamenti tramandati di madre in figlia, di suocera in nuora. Un po’ dottoresse, maghe e psicologhe, arrivavano laddove la medicina ufficiale non arrivava o arrivava troppo tardi.

«Queste sono zone di montagna – spiega Sandro Oddo, ex impiegato comunale di Triora ora in pensione ed esperto di folklore locale –, la gente non era abituata ad andare dal dottore.

Soprattutto nei borghi più isolati della valle una persona esperta di erbe era sempre presente, perché se avessero aspettato l’arrivo del medico… ». Nel libro “La medicina popolare nell’alta Valle Argentina”, Sandro ha raccolto le usanze curative della zona e tutto il sapere erboristico solitamente tramandato in forma orale: una conoscenza vastissima, non fosse altro per la grande varietà di erbe e piante (primo tra tutti l’assenzio, diffusissimo) che caratterizzano il luogo. «Decotti, tisane e liquori erano usati abitualmente in tutte le case.

Qui la gente si è sempre curata con ciò che la natura offriva. E poi c’erano alcune persone che, pur essendo formalmente poco istruite, avevano qualcosa di diverso… Un potere in più».

 

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Triora | ©Erica Balduzzi, 2019

 

 

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