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L’allegoria della caverna

In collaborazione, redatto e pubblicato da Immagine Persistente

 

Quando penso alla fotografia inevitabilmente finisco sempre per pensare anche al mito della caverna.

Nell’allegoria Platone immagina una caverna sotterranea all’interno della quale sono legati degli uomini fin dall’infanzia, in modo che non possano volgere il capo verso l’ingresso.

Da fuori una fiamma proietta delle ombre di oggetti trasportati da alcune persone, ma le ombre di questi trasportatori non si possono vedere perché nascoste da un muretto.

In pratica dalla grotta si può solo sentire la voce di quegli uomini, così chi vi è imprigionato finisce per credere che a parlare siano gli oggetti.

 

L’allegoria della Caverna.

 

Con questo esempio Platone affronta la questione della realtà, e paradossalmente lo fa con un’allegoria che, di fatto, spiega in modo piuttosto preciso quello che avviene in una sala cinematografica: la luce che proietta immagini, lo schermo, il pubblico.

Mancano solo le catene, si direbbe; ma soffermiamoci un attimo sul loro significato allusivo: non fungono forse a limitare la percezione dei malcapitati?

In quel caso sono fondamentali poiché il mondo reale sta alle loro spalle e i prigionieri sono messi in condizione di non poter indagare ma semplicemente giudicare attraverso i propri sensi.

Ma prendiamo una sala cinematografica, e chiediamoci cosa c’è alle spalle dello spettatore.

C’è un proiettore, della pellicola, un file ma non certo il mondo reale.

Le catene non servono più semplicemente perché le immagini mostrate sono state prese in un altro luogo e in un altro momento.

 

Molti negazionisti sostengono che lo sbarco sulla luna non sia mai avvenuto.

Visto dalla prospettiva di Platone, l’uomo contemporaneo o, meglio, l’informazione al giorno d’oggi, è tutta imprigionata dentro la caverna.

Ciò non vuol certo dire che le foto dell’allunaggio siano state girate da Kubrick in studio, ma piuttosto che la fotografia da sé non dimostra nulla e al massimo può apparire verosimile.

 

 

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Sergio Marcelli

Sergio Marcelli nasce ad Ancona nel 1971. Amante delle arti visive, si avvicina alla fotografia sin da bambino per approfondirla – dopo la maturità – con corso di visual design. Predilige il ritratto in studio, sperimenta l’uso della luce artificiale, lavora in medio o grande formato. Contemporaneamente si accosta all’audiovisivo, scoprendo una passione per il formato super 8. Appena ventiseienne inizia la carriera da insegnante, prima per una scuola di cinema promossa dalla Mediateca delle Marche, poi come docente di fotografia dell’Accademia Poliarte, dove resta fino al 2017. Nel 2000 si trasferisce a Berlino; qui entra in contatto del mondo artistico e realizza il suo primo cortometraggio che presenterà, nel 2007, al Festival Miden, in Grecia. Tornato in Italia nel 2004, lavora come fotografo commerciale pur continuando l’attività artistica e di ricerca. L’esperienza maturata gli permette di pubblicare, nel 2016 per Hoepli Editore, il Trattato fondamentale di fotografia, un manuale accolto con entusiasmo dal pubblico e adottato da diverse scuole di fotografica. L’anno successivo inizia la realizzazione di un documentario biografico prodotto da LaDoc Film di Napoli e centrato sulla figura del musicista FM Einheit. Nello stesso periodo diventa coordinatore dei corsi video del Marche Music College di Senigallia. Il suo lavoro di ricerca è presentato alla IX Edizione di Fotografia – Festival internazionale di Roma (2010) ed in diverse città italiane ed europee attraverso esposizioni personali e collettive. Di lui hanno scritto: G. Bonomi, C. Canali, K. Hausel, G. Perretta, G. R. Manzoni, M. R. Montagnani, e G. Tinti.

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NOC SENSEI è un modo nuovo di vedere, vivere e condividere la passione per la fotografia. Risveglia i sensi, allarga la mente e gli orizzonti. Non segue i numeri, ma ricerca sensazioni e colori. NOC SENSEI è un progetto di New Old Camera srl

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