Il match sul ring di NOC

Il match sul ring di NOC

di Giuliano Leone

 

Sulla serata-incontro “La fotografia viva? Viva la fotografia!” con Maurizio Galimberti e Settimio Benedusi moderati da Barbara Silbe e Denis Curti.

 

Al di là degli eccessi da più parti postati in questi giorni (compreso il mio) in merito al tema benedusiano, sicuramente provocatorio (e quindi mediatico), “fotografia viva/fotografi morti”, credo che la questione, dopo l’incontro dell’altra sera dal benedicente e squisito Ryuichi Watanabe, sia terribilmente seria e meriti l’attenzione dovuta. Dovuta innanzi tutto alla Fotografia (visto che è viva). Quindi non è nemmeno un problema di vincitori e vinti. Del resto, a conti fatti, tanto per rifarmi al post di Maurizio con i guantoni Leone (omonimia casuale), lì nel match sul ring del NOC si sono confrontati un peso welter e un peso massimo – che nella boxe sarebbe un nonsense. E non parlo di chili. E nemmeno lo dico io. Lo hanno dichiarato loro, gli illustri ospiti seduti davanti al pubblico, “avvocati” a latere compresi. Il confronto è stato infatti, almeno nel “qui e ora” tra un artigiano e un artista. Che usano entrambi lo stesso mezzo per esprimersi – e per vivere: quello fotografico. Tralascio ovviamente il come. Come cioè sia artigiano l’uno e l’altro artista e come lo siano diventati e che cosa fossero prima. Il discorso si farebbe troppo lungo e complicato, ammesso di avere gli elementi per poterlo fare. Mi interessa invece ciò che sono ora (e affermano di essere, in particolare uno, il peso welter … l’altro sembra rimettersi al giudizio della critica …).

Ma allora chiedo: c’è o non c’è una differenza tra essere artigiano e essere artista? Secondo quesito: l’uso del mezzo fotografico, al pari di altri mezzi espressivi, può generare queste due figure?

Limitandoci a quello che abbiamo sentito e visto martedì sera (ma gli esempi sono molteplici), evidentemente la risposta è sì, a entrambe le domande. Verrebbe ora da porsi l’altra domanda, quella cardinale e che sottende il resto: che cosa sia l’artigianato e che cosa sia l’arte. Ricorro a una sintesi delle comuni definizioni rintracciabili su qualsiasi dizionario: l’Artigianato (nei casi più elevati detta anche arte minore o popolare) è un’attività dell’intelletto umano che richiede specifiche e marcate abilità manuali, spesso codificate, quindi condivise, e finalizzata a realizzare un prodotto di uso pratico o inteso come tale in senso lato; l’Arte è un’attività dell’intelletto umano, che richiede anche – ma non prevalentemente – abilità manuali, liberamente interpretata, espressa ed applicata, quindi più individuale e creativa, comunque priva di espliciti fini etici e utilitaristici, tesa soprattutto a suscitare reazioni sul piano emozionale e concettuale; altri elementi che possono aiutare nella distinzione: un prodotto artigianale può essere “bellissimo” e perfettamente realizzato, ma non rappresentare un’opera d’arte; al contrario un’opera d’arte può essere all’apparenza “brutta” e fuori dai canoni estetici ricorrenti, ma essere considerata, proprio per questo, una grande opera d’arte; altro aspetto dirimente: un’opera artigianale anche di alto livello esecutivo attiene più alla categoria del definito e quindi dell’univoco; un’opera d’arte attiene più alla categoria dell’indefinito e quindi dell’interpretativo e dell’universale. Insomma le bottiglie di Morandi ci dicono molto di più (e sicuramente altro) delle bottiglie di Murano. E la forchetta plebea di Kertész di più (e sicuramente altro) della forchetta d’oro con diamanti incastonati di Cartier.

Detto questo, credo di aver espresso con altre parole quello che è stato, o è diventato, il “core” del match sul ring del NOC di martedì sera (che poi match non è stato) tra Maurizio Galimberti, l’artista, e Settimio Benedusi, l’artigiano, “difesi” il primo da Barbara Silbe e da Denis Curti il secondo, che per qualche momento hanno simpaticamente incrociato, invece dei guantoni, i ruoli. Meglio così. Il tutto per amore della Fotografia? Sì, ma quale Fotografia? La seconda puntata, rilanciando la proposta di Settimio largamente condivisa, potrebbe spiegarcelo meglio. Se ci fosse. A Ryuichi l’ardua sentenza.

P.S.: più nello specifico, non posso evitare di chiedermi perché Settimio Benedusi ce l’abbia così tanto, fino a definirla ”inutile cazzata”, con la fotografia di strada (che poi è la photographie humaniste che ha amato anche il suo idolo – e non solo suo – Ugo Mulas, di cui dovrebbe far rilegare, prima di perderne le pagine, quel prezioso libretto che si porta appresso e che dice di tenere sul comodino), lui che di strada ne ha fatta tanta. Compresa quella tra Imperia e Milano e facendola, quella strada, ha pure fotografato (più “street” di così …). In cambio, è vero, di vitto e alloggio. Non capisco cioè la differenza qualitativa, sostanziale, tra il documentare/immortalare facce, quindi persone, messe per esempio in posa davanti a uno sfondo neutro e documentare/immortalare persone (può capitare anche di spalle, se lo scatto vale) in un contesto urbano e nella vita quotidiana (privacy permettendo). Ce la deve spiegare meglio. Perché la differenza che ho fin qui capito è solo quella quantitativa: cioè quanti soldi fare. Che indubbiamente ha la sua importanza, ma non mi sembra corrisponda esattamente al concetto non utilitaristico sui cui si fonda l’Arte, anche quella fotografica. Che non è sempre appannaggio, come non lo è l’Artigianato, dei professionisti. E non importa se anche GBG si autodefinisca “artigiano”: intanto non gli crede (bonariamente) nessuno, tant’è che una delle sue fotografie più amata è quella dell’auto con targa inglese ferma e ripresa da dietro con due dentro di fronte al mare. Che di artigianale, e del faccismo osannato da Settimio, ha ben poco. Anzi, niente.

Ha ragione il grande Graziano Perotti: Settimio (che sai benissimo come stanno le cose, aggiungo io), sei un birbante.

Comunque, viva l’Arte, viva la Fotografia. E viva anche, ci mancherebbe, l’Artigianato. Pax et Bonum.

 

Giuliano Leone

NOC SENSEI è un modo nuovo di vedere, vivere e condividere la passione per la fotografia. Risveglia i sensi, allarga la mente e gli orizzonti. Non segue i numeri, ma ricerca sensazioni e colori. NOC SENSEI è un progetto di New Old Camera srl

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