Cigger yellem (non c’è problema). Cronache da Awra Amba

Di Claudio Maria Lerario

Notizie da Awra Amba, un villaggio dell’Etiopia noto per il suo sistema sociale, economico e culturale unico al mondo.

Nonostante le sue eccellenze, la comunità deve affrontare sfide impegnative per garantire la sostenibilità del proprio modello, per migliorare la comunicazione verso l’esterno e aumentare il flusso di visitatori. Per questo ha richiesto l’intervento di Ayzoh!.

 

 

Nota

Attualmente, nella regione Amhara – quella in cui si trova – è in corso un conflitto armato tra l’esercito federale etiope e i guerriglieri Fano.

Questo racconto si divide in due parti: Awra Amba: la (quasi) pace e Lalibela (la guerra).

 

Il villaggio di Awra Amba; il suo territorio si estende su 18 ettari

 

Awra Amba: la (quasi) pace

Sono arrivato a Bahir Dar in aereo da Addis Abeba: l’aeroporto era pesantemente danneggiato dai bombardamenti ma per fortuna avevano riparato la pista d’atterraggio. La città – che si trova a 78 km da Awra Amba – normalmente vive di turismo ma adesso è in stand-by. Nessun straniero in giro e tutto gira a ritmo ridotto.

Vado a mangiare in un locale sulle rive del Lago Tana. È pieno dì gente che parla, ride e scherza. Non c’è posto ma due signore mi invitano al loro tavolo. Mi portano un bel pescione arrosto. Neanche il tempo di assaggiarlo e all’improvviso il locale si svuota… c’è il coprifuoco. Ma ditelo! Saluto il pescione…

Il giorno dopo parto per Awra Amba con l’auto che ha mandato la comunità. Incontriamo un solo posto di blocco dell’esercito federale: nessun problema. Arriviamo nella comunità che non è delimitata – come pensavo – da confini precisi ma da due colline, un fiume e una strada sterrata. La prima cosa che mi dicono è “tranquillo, qui sei al sicuro”.

Nel frattempo, scopro che, oltre a internet, i federali hanno pure tagliato la possibilità di mandare gli SMS internazionali: per due mesi sarò praticamente fuori dal mondo.

 

Il fiume che segna uno dei confini della comunità di Awra Amba

 

Passano due giorni e ricevo subito la visita di un gruppo di soldati federali. Quello che sembra il capo entra nella mia stanzetta, inizia a guardare la borsa con tutte le attrezzature fotografiche, il laptop, il secondo monitor… All’improvviso, mi chiede: “Sei una spia?”. Io non rispondo ma mi viene da ridere.

Dopo un po’ anche lui capisce che la domanda è troppo stupida e non insiste. Prima di andarsene mi chiede: “Come ti chiami?”. Non resisto al battutone e rispondo: “Bond. James Bond”. Lui mi dice “Ok” e se ne va. Ci sono restato malissimo: avevo beccato una delle due o tre persone al mondo che non conoscono 007.

Inizia il lavoro. Va tutto bene. Awra Amba mi piace ogni giorno di più e inizio a conoscere le persone, le attività, i posti più interessanti. Ormai tutti gli abitanti sanno chi sono e perché sono qui.

Mi coccolano: si è sparsa la voce che non mangio carne (quasi mai) e che vado matto per patatine fritte e succo di avocado. Iniziano a portarmi riso farcito con vegetali in piatti serviti con una cura dell’estetica che… Cracco scansati. Poi arrivano enormi porzioni di patatine… il succo di avocado ormai non me lo portano più nel bicchiere ma mi danno direttamente il contenitore del frullatore da un litro. Tutto gratuito.

Mi dicono: “Tu non sei turista, fotografo o ricercatore. Tu sei famiglia”. Pensavo che fosse solo una bella frase detta tanto per dire; dopo qualche giorno capirò che questa è gente che non mente: ogni parola che viene pronunciata ha un peso e corrisponde a un impegno.

Mi rendo conto di vivere qualcosa di davvero unico e speciale. Ogni giorno che passa aumenta questa sensazione. Mi sento al sicuro ma evito di uscire al di fuori della comunità; quando mi avvicino a uno dei confini c’è sempre qualcuno che mi accompagna. Ma, per tutelarmi, andranno ben oltre.

 

Salam, uno dei fondatori della comunità, si prende cura delle piante di caffé

 

Tu sei famiglia…

L’ho scoperto mentre stavo fotografando, su una collina, dentro una piantagione di caffè con una vegetazione molto fitta. Da un po’ avevo l’impressione di essere seguito. Sento il rumore di un rametto che si spezza… vado a vedere… All’improvviso saltano fuori quattro uomini armati con fucile e machete.

Mentre rifletto se è meglio scappare via oppure se è il caso di morire di paura direttamente là, sul posto… quelli si affannano a chiedermi scusa: “Yik’irita, yik’irita”. Erano là per la mia protezione, ma per non disturbarmi si muovevano come marines nella jungla. Di nuovo, ma ditelo! Inizio ad amare questa gente…

Passano altri giorni e una sera tutto cambia. C’è uno scontro a fuoco, con alcune vittime, alle porte del villaggio; non si sa se entreranno anche dentro. All’interno scattano immediatamente tutte le misure di sicurezza e si spengono tutte le luci, anche quelle dei cellulari, per non dare punti di riferimento.

Sono preoccupati per me. Quella notte quattro persone sono state fino all’alba fuori dalla mia stanza. Con i loro fucilini non avrebbero avuto alcuna speranza contro gruppi armati addestrati e ben equipaggiati però erano disposti a sacrificarsi per me. Tu sei famiglia.

 

Una delle guardie armate che si occupano della sicurezza del villaggio

 

Il giorno dopo tutti sono rimasti chiusi nelle proprie case e tutte le attività, incluso scuola e centro medico, sono state sospese. In giro c’erano solo le guardie armate — che vengono scelte a turno tra tutti i membri della comunità — e, letteralmente, non si sentiva volare una mosca. In questo silenzio, provenienti dai villaggi vicini, si sentivano solo i canti funebri dei parenti delle vittime.

Da allora, a parte dei combattimenti a oltre 5-10 km da qui, è tutto tranquillo e la vita è ripresa come al solito. Però ho dovuto rivedere alcuni piani: delle foto molto importanti — per cui avrei dovuto salire su un monte fuori dal villaggio — non potranno più essere fatte. Se lo chiedessi mi accompagnerebbero in venti lassù, ma ho deciso di non prendere rischi inutili, soprattutto per loro (nota: alla fine ci sono andato e mi hanno accompagnato quindici persone).

Per via della guerra sono state sospese anche molte altre attività: musica, danze, sport, giochi, etc. Anche questo incide sulle foto che riesco a fare: a me piace il caos, il movimento, mentre qui è tutto tranquillo. Troppo. Allora li ho implorati: “Per favore, fate un po’ di casino!”

 

Membri della comunità praticano sport: i più praticati sono il calcio e la ginnastica acrobatica

 

Dicono che sarebbe irrispettoso per i villaggi vicini che stanno avendo tanti lutti per via della guerra. Non sono d’accordo e su questo stiamo trattando: la guerra e il terrorismo li combatti anche non facendoti risucchiare da quella cultura mortifera. In questo, più che la discrezione degli etiopi, ho apprezzato molto il popolo Burkinabé che ai terroristi jihadisti — oltre che le armi — oppone anche arte, musica e danze.

Adesso sono tutti preoccupati perché, appena i miei informatori mi dicono che si può fare, per qualche giorno starò fuori per andare verso nord, nella zona dei grandi altopiani. Questo rappresenta il 50% del progetto e quindi non è un rischio inutile.

Mi hanno dato una sola e semplice “regola d’ingaggio”: “se vedi divise amhara… cigger yellem (non c’è problema), se vedi divise federali, cigger alle (c’è un problema)… Ripeti. Facile, no?”.

Ho risposto: “Ok, facile. Ma se vedo gente armata senza divisa?”.

“Ah, allora ci può essere un 50% di cigger yellem e un 50% di cigger alle”.

Apposto. “E io da cosa lo capisco se è cigger yellem o cigger alle?”;

“Dagli occhi”; ussignur… “Ma per vedere gli occhi mi devo avvicinare! E se quello mi spara?”;

“Ah, allora è chiaro… cigger alle!”.

Li amo.

 

Copertina (provvisoria) del libro in preparazione

 

Il lavoro…

A parte il problema citato sopra, tutto procede bene. Ho dovuto rivedere un bel po’ di cose, anche perché chi doveva venire ad aiutarmi non è più venuto e quindi mi sono ritrovato solo a fare tre lavori: libro fotografico, sito internet e video; come si dice, I wear many hats…

La parte fotografica è la più divertente anche se i ritratti non sono esattamente il mio forte. Ci provo ma credo che, incredibilmente, anche questa volta non vincerò il Pulitzer.

Il video lo sto lasciando per ultimo perché è un lavoro che non amo fare, non più. Il sito internet sta uscendo spettacolare, almeno se paragonato al loro sito attuale, che è una tragedia. Inoltre, qui sono tutti impressionati perché riesco a lavorare offline (con un software che si chiama MAMP) e infatti mi hanno appiccicato addosso una ragazza affinché impari (uno dei motti della comunità è: “Training. Training. Training.”). Il libro è la parte che più mi piace fare. Mi piace così tanto che ho già cambiato il design per trentadue volte… and counting (nota: alla fine le versioni sono diventate settantadue).

La settimana prossima avremo una riunione nella piazza (si fa per dire) della comunità per decidere il titolo.  Hanno proposto quello di una pubblicazione che già hanno: “Journey to peace”.

Mi stavo mettendo a piangere: “E’ troppo gne-gne”, ho detto. Mi hanno chiesto di tradurre… Apposto.

“That’s too… sob-sob… cry-cry… sigh-sigh… e io che ne so!? Bek’a aliwedimi (non mi piace e basta)”.

“Ma noi decidiamo sempre in democrazia, sotto il grande albero”, hanno detto. Il grande albero…

Non ce la posso fare. A volte la democrazia è sopravvalutata (nota: ho vinto io e il libro si chiamerà Visit Awra Amba).

 

Una bimba che mi ha chiesto di essere fotografata insieme al fratellino… “perché noi siamo belli”…

 

La comunità…

Awra Amba è nata come una comunità utopica. L’utopia pensata 50 anni fa da un gruppo di contadini illetterati, guidati da Zumra Nuru, non è più un’utopia: è stata completamente realizzata. Qui non c’è tempo e spazio per raccontare tutto e quindi faccio solo un rapido riassunto.

Awra Amba si fonda su cinque principi: rispettare i diritti delle donne, rispettare i diritti dei bambini, prendersi cura dei più deboli, eliminare linguaggi e azioni offensive, tutti gli esseri umani sono nostri fratelli e sorelle.
Politicamente non saprei come inquadrarli: in pratica hanno messo in atto un sistema che è un misto della filosofia Ubuntu, delle comunità anarchiche dei primi del Novecento, del movimento cooperativo italiano dei tempi d’oro e di un’idea presa in prestito dal Sufismo:

“What is the meaning of prayer? Prayer is about living a good life – not to steal, lie, or do bad things. Prayer is not something to be done five times a day. Every action is connected with prayer – when you wake up, eat, or walk, you should pray. Through life you have to pray – prayer is respect and friendship towards women, equality between humans regardless of their ethnicity or religion, unity and peace, working together. Prayer is about being conscious in all what you do…”

Sono quattro cose che mi piacciono molto e che hanno prodotto qualcosa che funziona. Infatti – per quanto riguarda le condizioni sociali, economiche, scolastiche e di genere – Awra Amba è un’isola felice in mezzo a un territorio alquanto tormentato.

La povertà è stata eliminata, tutti hanno una casa confortevole, il tasso di istruzione è il più alto in Etiopia. Le condizioni sanitarie sono eccellenti e c’è un collaudato sistema di welfare che garantisce assistenza a tutti e che viene alimentato da tutti i membri donando il ricavato del lavoro di ogni martedì.

Dal punto di vista energetico la comunità dispone di un proprio sistema di energia solare che le garantisce l’autonomia quando la rete non funziona e cioè, quasi sempre. L’acqua è pulita e controllata. Viene estratta con delle pompe, mandata in grandi vasche e poi distribuita a tutte le case della comunità e anche ai villaggi vicini.

Tutte le attività produttive sono redditizie e producono un surplus che poi viene reinvestito in nuovi progetti. Proprio in questi giorni la comunità sta anche aprendo una propria banca di microfinanza. L’economia si avvale anche di un altro fattore decisivo: l’onestà.

Qui è un culto; potrei tranquillamente lasciare la mia attrezzatura in mezzo alla strada per giorni e nessuno la toccherebbe se non per riportarmela o metterla al riparo. Tre settimane fa ho dato quattro fotocamere a dei ragazzini del villaggio; da allora non le ho più viste ma sono sicuro che torneranno (nota: sono tornate).

 

Una donna al lavoro nei campi: tutte le donne di Awra Amba, anche se sposate, sono economicamente indipendenti

 

Insomma, un successo di cui godono i 683 membri della comunità ma anche gli abitanti dei villaggi circostanti che ottengono lavori pagati decentemente, scuole gratuite per i propri figli, un centro medico di qualità e varie forme di assistenza. E se è necessario il ricovero in un centro più attrezzato ad Addis Abeba o Bahir Dar, anche per loro l’intero villaggio contribuisce alle spese.

A ottenere questi vantaggi sono le stesse persone che per anni hanno provato in tutti i modi ad assassinare Zumra Nura e a eliminare Awra Amba dalla faccia della terra in quanto, secondo loro, abitata da pericolosi e sovversivi pagani…

All’interno del villaggio non c’è alcuna forma di religione, non si celebrano i matrimoni e nemmeno i funerali (“se devi dimostrare l’amore verso qualcuno fallo mentre è in vita”).

Personalmente puoi credere quello che vuoi; non importa ciò in cui credi, per essere un buon Essere Umano devi attenerti a tre semplici regole: rispettare la “Golden Rule” (non fare agli altri quello che non vuoi che gli altri facciano a te, e viceversa), non mentire, pratica ciò che dici. Solo per questo, li adoro.

 

Un momento di pausa durante la costruzione di una casa

 

La gentilezza

Awra Amba è una comunità gentile che pare esente da invidia, competizione e tutte quelle forme di narcisismo che spesso possono avvelenarci la vita. E questo non gli ha certo impedito di raggiungere risultati eccellenti in campo sociale, educativo ed economico, anzi…

Le persone sono tutte collaborative: se ti serve qualcosa si fanno in quattro per fartela avere senza mai chiedere nulla in cambio. Tutti pensano che “il tuo problema è più importante del mio”… e allora, se io penso questo e anche la persona che ho di fronte lo pensa, i nostri problemi diventano più piccoli e li possiamo risolvere insieme.

Questo vale per le piccole e grandi cose: ad esempio, se hai il problema di costruirti una nuova casa perché quella che avevi è gravemente danneggiata, tutti — incluso donne, ragazzi e ragazze — partecipano alla sua costruzione in forma gratuita. Non devi andare in banca a chiedere un mutuo…

 

Un bimbo lava i propri vestiti nel fiume

 

I bimbi

I bambini… oltre che di un padre e una madre, sono figli dell’intero villaggio. Questo gli permette di crescere liberi e selvaggi: c’è sempre qualcuno che, con discrezione, gli butta un occhio addosso.

Salgono sugli alberi, fanno il bagno nel fiume, giocano a nascondino nelle piantagioni, si rotolano nella terra ma… poi si vanno a lavarsi i vestiti da soli. Inutile dire che sono tutti educatissimi e molto indipendenti.

In un mese non mai sentito alzare la voce o impartire un ordine a uno di loro: nel villaggio è stata abolita, da decenni, ogni forma di punizione, insulto e umiliazione nei confronti di bimbi e bimbe.

Vanno tutti a scuola o all’asilo. Partecipano attivamente alla vita del villaggio e alle discussioni comunitarie: qui vengono invitati a prendere la parola per esprimere la loro opinione anche su temi molto importanti.

 

Una delle mie “modelle” preferite…

 

Le donne

Le donne di Awra Amba… libere, carismatiche, autorevoli, serene, (quasi) sempre allegre, tutte economicamente indipendenti anche se sposate. Si può certamente affermare che qui la parità di genere è stata totalmente raggiunta.

Infatti, tutte le ragazze e le donne a cui ho chiesto cosa Awra Amba rappresentasse per loro, hanno dato la stessa risposta: “Per me è un paradiso”. E lo è davvero, soprattutto se paragonato a cosa c’è là fuori, dove le donne sono spesso vittime sottomesse di padri, fratelli, mariti, fidanzati.

Qui il concetto di “sottomissione” a qualcosa o a qualcuno — sia imposto da fuori che auto-imposto per quieto vivere — semplicemente, non esiste; questo lo imparano subito, fin da piccoli, sia le bimbe che, soprattutto, i bimbi.

I risultati sono eccezionali: da anni non si ha notizia di un singolo atto di violenza contro una donna o una bambina commesso da un membro della comunità all’interno del villaggio (fuori è un altro discorso). Come è stato possibile raggiungere questo risultato — impensabile pure in Italia — in una società patriarcale e spessa violenta come quella Amhara?

Certamente l’educazione dei bimbi e gli esempi che vedono in famiglia giocano un ruolo fondamentale. Poi l’assenza di ogni religione — come quelle cristiana ortodossa e musulmana, che regolano la vita della società Amhara e con cui è possibile giustificare tutto e il contrario di tutto — ha un peso notevole: qui la responsabilità di ogni gesto è sempre individuale, Dio non c’entra…

In più, come loro affermano, se onori il Creatore — o qualunque Dio in cui tu creda — non con genuflessioni e preghiere ma con l’amore e la verità messi e trasmessi in ogni tuo gesto… tu sei Dio e tu stesso diventi la Sua casa. Dunque, sei un tempio. Ogni donna è un tempio. Ogni bambino è un tempio. E i templi si rispettano e accudiscono, sempre.

 

Una donna cammina nel “corso” principale del villaggio

 

Ma, credo che il fattore chiave che ha sconfitto ogni forma di prevaricazione e violenza sia il sistema economico adottato dalla comunità… Avere applicato — per davvero, nella pratica — il concetto di “tutti per uno, uno per tutti” di fatto ha creato una società non violenta, cooperativa e realmente solidale.

Nessuno è solo. Nessuna è sola. Se tocchi una, tocchi tutti. Per dissuadere da comportamenti violenti non c’è nemmeno più la necessità di spaventare le persone con punizioni, umiliazioni e ritorsioni.

Se a questo aggiungiamo il fatto che hanno — alleluja! — smontato la mistica della coppia simbiotica e che considerano gelosia, invidia e narcisismi vari come dei concetti primitivi, si spiegano i risultati ottenuti.
Insomma, l’esatto contrario della direzione presa dalle nostre società “occidentali”, dove ci illudiamo di poter eliminare violenza e discriminazione giocando con le parole, con le nostre belle “libertà obbligatorie”, con le indignazioni social e con l’attivismo dei cuoricini ma senza nemmeno più ipotizzare di mettere mano a un sistema sociale ed economico di fatto sempre più violento, egotico, oppressivo ed escludente.

 

Una bimba nel cortile della sua casa

L’ambiente

Ovviamente, ad Awra Amba di un sistema così armonioso ne beneficia anche l’ambiente. Tutto è pulito e ben curato. Qui, natura ed esseri umani sono alleati e sono state create le migliori condizioni possibili affinché persone, animali e piante possano coabitare in pace. È vietato tagliare gli alberi, soprattutto quelli da frutto, che sono sacri. Lo si può fare solo in un bosco adibito alla produzione di legno da costruzione ma poi per ogni albero tagliato ne vengono piantati subito due.

A parte falchi e aquile, che però restano altissimi in cielo, e mucche, asini, cani e gatti — tutti in perfetta salute e pulitissimi — non ci sono predatori: anche per questo il territorio è abitato da innumerevoli specie di uccelli, di cui almeno 21 a rischio di estinzione e che vivono solo in Etiopia; qui hanno eletto la loro casa e per loro la comunità ha costruito un santuario in un frutteto. Hanno pure costruito delle casette di legno per i pipistrelli.

Il mio pennuto preferito è marrone, con la cresta, un lungo becco e una grande apertura alare: tutte le mattine, con la compagna, viene a trovarmi e facciamo colazione insieme con la mia omelette. Assomiglia a un airone ma non so a quale specie appartenga e allora l’ho chiamato Renzo (Piano) perché, dopo aver fatto colazione, passa tutto il tempo a raccogliere e trasportare materiali per costruire e migliorare nidi enormi, elaboratissimi… in pratica, delle ville… manca solo che sul grande albero dove abita ci costruisca pure una veranda e una piscina.

E poi c’è lui… l’animale, per me, più pericoloso. È il bimbi… un moscerino. La sua particolarità è che non punge ma fa il rumore di dieci zanzare. Tu non riesci a dormire, pensando che stai per essere divorato vivo dai maledetti insetti e invece è lui… quel rompiballe del Bimbi. È pure trasparente, quindi difficile da trovare e spiaccicare contro il muro.

 

Un momento di quello che ad Awra Amba chiamano “family discussion for peace”

 

Ma, c’è sempre un “ma”…

Ad Awra Amba , non tutto mi piace. Ci sono delle contraddizioni; alcune le capisco, altre no. Ad esempio, capisco che sono necessarie delle guardie armate in una comunità che predica e pratica la non violenza: se ti attaccano hai il diritto di difenderti.

Non capisco e non sono di mio gradimento alcune regole morali che avvicinano pericolosamente Awra Amba al concetto di Stato Etico: per me, il male assoluto. In più — essendo una comunità di 683 persone (2000+ con quelle che vengono da fuori per lavoro o studio) sparse in solo diciotto ettari — il controllo sociale è ferreo. L’ho sperimentato sulla mia pelle…

All’interno di Awra Amba è vietato fumare (nemmeno si possono bere alcoolici, nemmeno un’innocente birra)… Ci ho messo una settimana per trovare il mio nascondiglio ideale… un anfratto perfetto, segretissimo, impossibile da trovare, pericolosissimo da raggiungere…

Bene, ero là a fumarmi una sigaretta in santa pace (non è facile restare soli qui) quando arriva Derese — il mio fornitore di succhi — e mi dice: “Devo andare in città, le vuoi le banane?”.

E io: “Sì, grazie, tre chili (sono l’altro cibo che, guerra o non guerra, per me è irrinunciabile). Ma tu come hai fatto a trovarmi?”.

E lui: “Guarda che lo sanno tutti che sei qui”. Apposto.

 

Ritratto di Zumra Nuru, fondatore della comunità di Awra Amba

 

Dio…

Nemmeno mi piace molto un certo culto della personalità di cui gode il fondatore. Qui, per molti membri della comunità è un Dio. Anzi, come afferma un’antropologa francese, è Dio Plus. Io, ad Addis Abeba – dove si trova per delle visite mediche specialistiche – Dio l’ho incontrato…

È un mattacchione e ci siamo fatti un sacco di risate insieme. È anche uno che ti mette alla prova.  È curiosissimo e mi ha inondato di domande… cosa pensi di questo, cosa pensi di quello… E poi siamo arrivati al punto cruciale: cosa pensi di Awra Amba?

Dovevo ancora arrivare qui e allora l’ho presa alla lontana perché non sapevo come avrebbe reagito… “Ne so troppo poco ma, da quel che ho letto finora, per il 90% mi piace”… “E l’altro 10%?” Ecco, adesso mi tocca dirlo: “Alcune regole morali e tutta la parte sul sesso… non vanno bene…”. Allora, altre cento domande! Alla fine, mentre pensavo: “Adesso mi caccia via”, mi dice: “Lo apprezzo molto, sarai un buon amico di Awra Amba”.

 

Interno di una delle chiese monolitiche di Lalibela

 

Quindi, ha detto: “Un buon amico è colui che ti dice in faccia anche quella percentuale di cose che non gli piacciono di te ma che poi, quando serve, resta al tuo fianco”. Dio è intelligente. Concordo: chi è sempre al 100% d’accordo con te, chi ti dice sempre “sì sì”, sarà il primo a voltarti le spalle quando gira il vento.

Questo è un concetto che si impara (si dovrebbe imparare) da bambini ed è proprio questa la forza di Zumra e di Awra Amba: 50 anni fa hanno preso dei concetti ingenui, da bambini — perché lui non ha da mangiare? Perché lui non ha una casa? Perché lui viene trattato diversamente da me? Perché ci sono i cristiani e i musulmani se il Creatore è lo stesso? — e aver trovato delle risposte, costruendoci un intero sistema sociale ed economico intorno. In pratica, dopo aver detto “il Re è nudo”, anziché limitarsi a sghignazzare, il Re l’hanno vestito.

 

Una bimba pastora, esterna alla comunità, gioca con i suoi amici di Awra Amba

 

Per adesso è tutto…

Ah, dimenticavo. Sono diventato “professore” di italiano! Uno dei miei alunni (sono tre) è un banchiere di Addis (venuto qui per formare gli addetti alla microfinanza). Mi viene da ridere… Ma questo ve lo racconto un’altra volta.

Domani, sarà lui — il banchiere — a portare una scheda micro-SD ad Addis con questo testo e qualche foto, che poi un’amica manderà in Italia: da quando c’è la guerra e da quando hanno tagliato internet, chiunque va e viene da Addis Abeba si trasforma in un messaggero carico di chiavette, schede SD, hard-disk…

Lo conosco solo da pochi giorni ma, a pelle, mi fido. Gli ho detto: “Se ti fermano i federali, ingoiala”. Ha sgranato gli occhi ma, a differenza del capitano dell’esercito, lui qualche film di spie l’ha visto e ha subito capito che era solo una battuta.

Adesso facciamo un fuoco per abbrustolire le pannocchie e poi, stanotte, faccio anch’io un turno di guardia insieme agli altri. E l’unico modo di andare un po’ in giro con il buio. Di notte, il cielo — pur se non raggiunge la magnificenza che ho visto nel deserto della Mauritania — a causa del coprifuoco, con quasi tutte le luci spente, è spettacolare.

 

L’articolo prosegue con la seconda parte Lalibela (la guerra) sul sito di Ayzoh!

Di Claudio Maria Lerario

 

Tre guerriglieri Fano dopo la conquista di Lalibela

 

 

 

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