A Pasquetta con Salvo Piparo: “Io non credo, prego”

di Anna Fici

Di peste e resurrezione i palermitani sanno. Ma tra tutti loro, il massimo “esperto” è Salvo Piparo. Più che un attore un «cunta storie» che da molti anni vive e porta in giro, insieme a Costanza Licata, una preziosa eredità: Il trionfo di Santa Rosalia del giornalista e drammaturgo Salvo Licata, scomparso nel 2000.

Ecco perché ho pensato di cercare proprio lui in questi giorni di nuova pestilenza ma anche di primavera, per ascoltare dalla sua viva voce come Palermo sta vivendo questi strani giorni e di come si prepara alla Pasquetta in quarantena.

Da sempre la Pasquetta è il giorno che inaugura, socialmente parlando, la tiepida stagione che poi prosegue i festeggiamenti con la Liberazione e il Primo Maggio scivolando verso l’estate. I siciliani amano la vita all’aperto, declinata come si può: dallo spostamento alla villa al mare, alla scampagnata in favorita con «stigghiole e sasizza».

 

 

Volendone parlare con Salvo Piparo, il mio primo passo è stato quello di aprire il suo profilo Facebook per vedere se per caso non avesse già prodotto un video Scordabolario dedicato al Lunedì dell’Angelo.

Si perché da alcuni anni Salvo propone attraverso i social dei video che rappresentano i capitoli di un dizionario enciclopedico della Palermo scordata, delle parole, delle usanze e degli atteggiamenti esistenziali di cui le nuove generazioni rischiano di perdere la memoria adeguandosi ad una formazione sempre più globale. Giunto al capitolo trentasei, l’ultimo Scordabolario del 9 Aprile scorso, non tratta di questo tema.

Decido, a maggior ragione, di chiamarlo al telefono. Una cosa mi aveva colpito aprendo il suo profilo Facebook: l’immagine di copertina. Decido di partire da quella. Si tratta infatti di una frase in caratteri bianchi e grandi su fondo nero: IO CHE NON CREDO, PREGO. Il suo significato, in giorni come quelli che stiamo vivendo, risalta. Così la conversazione deraglia subito dal binario in cui io volevo farla stare, ovvero la Pasquetta. E Salvo mi trascina nel mondo del teatro palermitano da cui lui stesso viene, pur preferendo non definirsi un attore. La frase – mi racconta – è dello scomparso Luigi Maria Burruano, attore e autore che ha raccontato Palermo e la Sicilia in una maniera molto sanguigna e a cui lui deve le prime esperienze nel mondo del teatro.

E’ stato Burruano infatti, prima di lui, a mettere in scena Il trionfo di Santa Rosalia. C’era ovviamente un rapporto di stima e affetto tra Burruano e Salvo Licata, che portò Burruano, il giorno della scomparsa di quest’ultimo, a scrivere una poesia. Uno dei versi era quello che campeggia nella parte alta del profilo di Salvo e che oggi riesce a darci i brividi. Come da i brividi ripensare agli artisti di quella generazione che non ci sono più. Franco Scaldati, Gaspare Cucinella, Giorgio Li Bassi, Pino Caruso e il diversamente palermitano Michele Perriera, che hanno interpretato Palermo, riuscendo a conciliare ironia e altissima filosofia, talvolta dialetto e temi universali.

 

 

IO CHE NON CREDO, PREGO – prosegue Salvo al telefono – è proprio la fotografia di questa città e della nostra Regione che sono piene di contraddizioni, come Sciascia e Pirandello ci insegnano. Palermo – prosegue – è una città rosa e nera, in cui il rosa cerca di contrastare il nero. Significa, oggi più che mai, che neanche la morte potrà mai toglierci la rima.

Ci affidiamo alla poesia, anche a quella più burlona, sgangherata. Come il gesto poetico del comprare la griglia che si incastra alla ringhiera del balconcino e passarsi ‘na fiedda i’ cairni’ con il dirimpettaio del vicolo mentre è in atto un contagio che somiglia moltissimo a quello del 1624, quando le fontane erano a secco e le lenzuola fuori, di colore azzolo, facevano pensare alla morte»

A questo punto non resisto alla tentazione di chiedergli uno Scordabolario telefonico improvvisato sulla Pasquetta e per i nostri lettori. Salvo rimane qualche attimo a pensarci e poi gli esplode l’eloquio: «Nella griglia di questa Pasquetta – mi dice – io ci metterei tutti gli inglesismi con cui la televisione ci bombarda. ‘Ninni futtemu e arrustemu’.

Così il palermitano nella griglia ci mette ‘n’anticchia di triage, n’anticchia di covid, du spitina di smart working, videoconference, emergenzy… Arrustemo tutti sti paroli e poi usiamo le autocertificazioni p’ammugghiari a sasizza. Lockdown, rezone, delivery… show cooking’… Mangiamo tutte queste parole con le quali ci martellano in continuazione, esorcizziamo così.

E’ come se fossimo ubriachi ma vino non ne abbiamo bevuto. Ubriachi di informazione e controinformazione. Straparliamo con noi stessi, specie nelle case meno sorridenti, in quelle piccole, buie, dove il sole neanche entra, in quelle baciate dalla solitudine. Solo i bambini ci fanno dimenticare il tempo che scorre troppo lentamente.

 

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