Storie inventate di gente vera. Le Sorelle X

Di Giuliana Battipede

 

Come è cominciata

Sono orfani. Orfani morti di parenti vivi che li hanno abbandonati.

La prima volta che ho notato questa umanità derelitta è stata quando ho trovato, accanto a un cassonetto dell’immondizia, la foto di un tale coi baffi. Una foto piuttosto grande, di quelle che si incorniciano e si appendono in camera da letto o in salotto. Osservandola, ho scoperto che quel signore baffuto era andato fino a Parigi per farsi ritrarre, che era il 1922 e che egli aveva all’incirca 25 anni (buffi i tempi: oggi nessuno si riferirebbe a un ragazzo di 25 anni chiamandolo “signore”, ma la foto parla chiaro, questo coi baffi è un uomo fatto, non un ragazzo). Ho tenuto la foto in soggiorno per molto tempo, su uno scaffale alto della libreria, come se fosse stata quella di un nonno, finché non ho cambiato casa. Ora l’ho conservata, ma so bene dov’è, non l’ho abbandonata, anzi, non è escluso che prima o poi non l’appenda da qualche parte, dando il via così ad una galleria di antenati non miei.

Da quella prima, sono molte le fotografie che ho recuperato sui banchetti dei robivecchi, con bambini, donne, uomini fermati in un istante di vita lontana. Io li ho fatti riscaldare al fuoco del mio interesse, li ho solleticati con una nuova curiosità, ho provato a capirli, a ricordarli immaginandone la vita e inventando per loro vite diverse. Insomma: li ho adottati tutti.

 

Qui la serie completa.

 

 

 

 

Le Sorelle X

Le sorelle X erano conosciute da tutti, nel piccolo paese in cui abitavano e anche in quelli vicini. Le prime tre si somigliavano tanto da sembrare gemelle, ma la più grande era anche la più attiva e responsabile e si vedeva al volo che era la primogenita, per come le altre si riferivano e appoggiavano a lei: “Dobbiamo parlarne con P., Chiederemo a P., P. ha detto…”.

Dopo la morte della mamma, il babbo le aveva mandate in città, in collegio dalle suore, perché fossero istruite ed educate e diventassero tutte e tre maestre. Tenne con sé solo la piccola U., nata tanti anni dopo le altre e il cui avvento su questa Terra aveva coinciso con la dipartita della madre. I primi tempi, la famiglia si riuniva solo durante le feste grandi, Natale e Pasqua, e per le vacanze estive, poi anche il babbo morì e le quattro sorelle si ricongiunsero stabilmente.

Fu allora che P. decise che l’istruzione ricevuta non potesse essere sprecata e, insieme ad S. e a T. decise d’occuparsi dell’educazione e dell’istruzione non solo di U. ma di tutte le bambine del paese. All’inizio, solo l’amichetta di U. era rimasta durante le lezioni di piano (era S. l’appassionata di musica) e le prime lezioni per imparare a leggere e a scrivere. Poi s’era accodata anche la bambina della lavandaia, che la madre portava con sé quando riconsegnava il bucato, e la figlia del fornaio, che abitava proprio di fronte a casa: avevano dovuto insistere molto con i genitori per convincerli a “far perdere tempo alle piccole con quel mucchio di cose inutili”, ma alla fine erano riuscite a trattenerle almeno per un’ora o due alla settimana.

Tutte le domeniche pomeriggio le avevano riservate invece per ricevere le signore e formare una sorta di salotto letterario, anche se questa espressione è forse esagerata, considerando che le signore in questione sapevano a
malapena leggere, scrivere e far di conto. Erano le signorine X a leggere ad alta voce i romanzi e gli articoli della Tribuna illustrata, che commentavano e discutevano insieme. Ma si parlava anche di cucina o di lavori domestici e, spesso e volentieri, si leggeva La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, del signor Pellegrino Artusi, così ricco di consigli e di buone ricette. Anche queste ricette si commentavano e discutevano: le signore presero a raccontare le proprie e a scoprire di custodire ciascuna un vero patrimonio, ereditato dalle mamme e dalle nonne e talvolta arricchito dalle suocere. Perciò si pensò, ad un certo punto, di scriverne una ogni settimana, per pubblicare un libro anche loro… ma poi non se ne fece più nulla…

Stiamo però divagando: il fatto importante è che, grazie a questi incontri, alle signorine X furono affidate le figliole dalle amiche, perché impartissero loro lezioni private, e che si gettarono le basi per quella che sarebbe diventata la loro attività e missione: diradare le tenebre dell’ignoranza fra le fanciulle. Non tutti ne furono contenti, è vero, ma di questo non vogliamo curarci. E non è finita qui: più avanti, quando si sarebbe aperta la prima scuola elementare comunale, tutte e quattro vi avrebbero insegnato per essere poi ricordate e conosciute da diverse generazioni di bambini nell’arco di almeno mezzo secolo.

Ed eccole, nel gennaio 1896, le quattro sorelle X, fotografate sul balcone. Ancora non sanno cosa riserverà loro il futuro, ma hanno un paio di idee chiare che intendono seguire fino in fondo. E soprattutto vogliono sapere del mondo e vedere quelle novità di cui leggono e sentono parlare… come, per esempio, quella meravigliosa nuova invenzione: la lanterna magica, il cinematografo! Il fotografo, poco fa, s’è vantato d’essere appena tornato da Parigi e d’aver visto proiettate in una sala addirittura le immagini dell’arrivo di un treno: una visione così reale da far venir voglia di scappar via!

Ma a questa cosa qui P. non ha creduto. Chissà perché.

 

 

Fratelli Lumière. L’arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat (1896)

 

 

Progetto grafico e realizzazione eBook: espressionidigitali

Testi e audioracconti: Giuliana Battipede

Fotografia dell’autrice: Cristiano Vassalli

 

 

 

NOC SENSEI è un modo nuovo di vedere, vivere e condividere la passione per la fotografia. Risveglia i sensi, allarga la mente e gli orizzonti. Non segue i numeri, ma ricerca sensazioni e colori. NOC SENSEI è un progetto di New Old Camera srl

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