Dall’evento alla mostra – di Fabio Ottonelli

Il Kendo, letteralmente la via della spada, è un’arte marziale giapponese codificata nella sua forma attuale nei primi anni del ‘900.

Nel 2024 l’Italia ha ospitato per la seconda volta i Campionati Mondali di Kendo, massima competizione di questa disciplina, al Forum di Assago.

 

Kendo. © Fabio Ottonelli e Domenico Pescosolido

 

L’idea di realizzare un reportage fotografico dell’evento sportivo è nata in noi inizialmente nella sua forma più classica, come documentazione delle gare e dei combattimenti.

È la fotografia sportiva nella modalità di consumo, quella che alimenta le pagine dei giornali e che fa da corredo agli articoli sulle testate.

È una tipologia di fotografia molto immediata, che si produce rapidamente ed altrettanto rapidamente si perde.

Dura il tempo di una giornata, al massimo di una settimana.

Ad evento concluso, abbiamo lavorato “a togliere”, come nella scultura, per cercare gli scatti iconici e raccontare non solo la componente agonistica ma anche il contesto tradizionale che caratterizza il Kendo.

Ne è nata la mostra “Kendo. La via della spada”, un’esposizione di quaranta stampe che abbiamo portato in circuito in quattordici tappe in Italia.

 

 

Crediamo molto nel valore della fotografia stampata e questo principio, ultimamente, sta tornando ad essere condiviso da molti.

Lo scatto diviene così stampa ma deve fare un altro passo, uscire dall’archivio e divenire mostra, un oggetto da comunicare e con il quale comunicare.

 

Kendo. © Fabio Ottonelli e Domenico Pescosolido

 

La creazione di una mostra prevede la creazione di un percorso, soprattutto da un punto di vista concettuale. Nel nostro caso, la sequenza dei momenti che caratterizzano lo shiai, il combattimento.

A fine settembre la mostra avrà un’altra tappa a Varese. Ogni informazione è reperibile sul sito www.kendo.photo

Terminata la creazione della mostra, abbiamo proseguito il lavoro di selezione, per cercare gli scatti slegati dal tempo e dal luogo.

Sono fotografie che dicono poco dell’evento ma, proprio perché perdono i punti di riferimento spazio-temporali, sono in grado di soffermarsi sui concetti del Kendo.

Lavorare “a togliere”, in fotografia, significa liberarsi dagli stereotipi dell’immagine nitida, dello scatto ben composto, liberarsi dal desiderio di vedere tutto a fuoco, persino liberarsi del colore.

Da queste immagini, è nata la fanzine double-face “Kendo. Crossing the swords / Kendo. The way of the sword.

 

 

Dalla mostra alla fanzine. Un oggetto, due sguardi – di Domenico Pescosolido

 

 

Conclusa l’esperienza della mostra itinerante “Kendo. La via della spada”, che ci ha accompagnati in quattordici tappe attraverso l’Italia con quaranta stampe a colori, abbiamo sentito il bisogno di andare oltre la dimensione espositiva. Volevamo costruire un oggetto diverso: più intimo, più libero, più vicino alla nostra esperienza diretta di fotografi e praticanti.

È da questa esigenza che nasce la fanzine “Kendo. Crossing the swords / Kendo. The way of the sword”, realizzata a quattro mani con Fabio Ottonelli. Non si tratta di un catalogo della mostra, né di un documento dell’evento sportivo: è piuttosto un oggetto narrativo, che si muove a partire dalle immagini per raccontare non il “cosa” ma il “come”, non il fatto ma il senso.

La fanzine, nella sua natura indipendente e artigianale, si è rivelata il contenitore ideale per questo tipo di racconto. In un’epoca dominata dalla condivisione digitale, dalla velocità del feed e dalla sovrabbondanza visiva, scegliere di costruire una pubblicazione stampata, dal ritmo lento e sequenziale, è già una presa di posizione. È un modo per restituire alla fotografia la sua fisicità e per riconoscere il valore dello spazio tra un’immagine e l’altra.

 

 

Non è un caso che, in Giappone, proprio la forma della fanzine sia stata adottata da grandi fotografi come Daidō Moriyama. Le sue pubblicazioni in piccolo formato, in bianco e nero, sgranate, mosse, volutamente imperfette, incarnano la poetica dell’are-bure-boke (ruvido, mosso, sfocato), restituendo alla fotografia una libertà cruda e diaristica. Moriyama ha mostrato che il libro, e in particolare la fanzine, può essere luogo di resistenza contro la perfezione, contro il consumo, contro la serialità. Un linguaggio che rifiuta la patinatura per lasciare spazio all’intensità, alla libertà, all’urgenza dell’autore. Senza voler imitare quel modello, ne abbiamo raccolto lo spirito: diretto, essenziale, sincero.

La nostra fanzine è strutturata come un oggetto double-face: ciascuno di noi ha una propria copertina, una propria sequenza, un proprio ingresso narrativo. Le due metà si incontrano al centro, senza che vi sia un inizio e una fine in senso canonico. È una forma che rispecchia anche il principio stesso dello shiai (il combattimento ufficiale nel Kendo): non c’è un punto privilegiato, ma uno spazio di confronto tra energie diverse.

Tutte le fotografie sono in bianco e nero, stampate in formato A4 e rilegate a punto metallico centrale. Abbiamo scelto un’impostazione sobria, pulita, senza testi interni né didascalie: a parlare è solo la fotografia, con il suo ritmo interno e la sua capacità evocativa.

Il lavoro di Fabio si concentra sulla dinamicità: immagini mosse, scatti vibranti, sfuocature intenzionali. Il suo sguardo cerca la tensione cinetica del combattimento, l’istante instabile in cui tutto sta per accadere. È una fotografia viva, viscerale, immersa nel rumore e nel gesto.

Il mio approccio è più statuale, quasi meditativo. Mi sono soffermato sui gesti, sugli inchini, sulle attese, sui volti assorti. Mi interessa ciò che avviene ai margini dell’azione: la preparazione, la compostezza, il silenzio. Cerco nel Kendo la sua parte invisibile, quella che si coltiva nella disciplina quotidiana e nella tensione interiore.

La fanzine, così costruita, è il risultato di un dialogo tra due visioni: una che si muove verso l’urgenza dell’azione, l’altra verso la densità della sospensione. Insieme, abbiamo voluto restituire un ritratto del Kendo che andasse oltre la cronaca, per avvicinarsi al suo cuore profondo. Un ritratto che è anche un modo di fare fotografia: selezionare, sottrarre, ascoltare.

“Kendo. Crossing the swords / Kendo. The way of the sword” è un oggetto semplice, diretto, pensato per essere sfogliato con calma. Non vuole imporsi come pubblicazione definitiva, ma come traccia di un percorso, testimone di uno sguardo condiviso. È il nostro modo per dire che la via della spada passa anche attraverso l’immagine, se la si sa ascoltare.

 

 

 

 

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