Franco Pagetti. Raccontare l’orrore al mondo

Di Marcello Grassi per 8×8

 

Franco Pagetti (Varese, 1950) fotografa dal 1980 ma è solo dal 1997 che si occupa esclusivamente di fotogiornalismo. Ha documentato per le più prestigiose riviste internazionali quali Time, Newsweek, The New York Times, The New Yorker, Stern, Le Figaro, Paris Match, The Times of London le guerre in Afghanistan (1997, ‘98, 2001), Kosovo (1999), East Timor (1999), Kashmir (1998, 2000 e 2001), Palestina (2002), Sierra Leone (2001), South Sudan (1997) e anche di tematiche relative a India, Vaticano, Cambogia, Laos, Indonesia e Arabia Saudita.

Il reportage – soprattutto quello di guerra – è un genere fotografico di difficile declinazione.

Apparentemente si potrebbe pensare che siano sufficienti un po’ di fegato, una pellaccia robusta e tanta fortuna. È l’immagine da romanzo del fotografo di guerra di cui, spesso, si è sentito raccontare a sproposito.

Sono dunque le foto che  ti ‘cercano’ ed è quanto basta per trovare la raffica giusta?

Non è così.

 

Afghanistan National Army, ANA. soldiers prepare to go out on patrol in the Korengal Valley, which has also been nicknamed “death valley”, in Loy Kolay, Korengal Valley, Kunar province, Afghanistan on Dec. 29, 2009. Its unyielding terrain and border with the semi-autonomous Pakistani North-West Frontier Province provides significant advantages for unconventional warfare and militant groups. The province is informally known as “Enemy Central” by American and Western armed forces serving in Afghanistan. In 2009, approximately 60 percent of all insurgent incidents in the country occurred in the province of Kunar.

 

Il fotografo sceglie – sempre – l’inquadratura, l’obiettivo da usare, il luogo in cui operare.

Le situazioni diventano più credibili quando nei posti ‘maledetti’ ci vai davvero, superi le diffidenze, condividi le vite.

Ne vivi la morte.

Solo in questa maniera il racconto diviene la missione: documentare l’orrore per fare in modo che non accada più.

Mostrarlo al mondo per fare sì che si crei un moto – unanime – di repulsione.

 

Jharia (Jarkhand) INDIA, May 2001
Jarkhand, the biggest coal area in the world. Here, yet 400,000 people keep breathing the highly polluted air and living on the mine fires of Jarhia, in one of dangerous environments in the world.
The region has been hit by the unique phenomenon of mine fires which started in 1916 and is rapidly destroying the only source of prime coking coal in the country as well as the environment. By the year 1960 underground fires had ravaged the entire Jharia coal belt.
People have to steal coal from the open mines which surround their villages and earn their livelihood by selling it illegaly.

 

Tra le altre, la missione di Pagetti in Iraq è in qualche modo esemplare del suo modo di agire.

Ben prima di altri fotogiornalisti intuisce che il conflitto sta per esplodere e si reca a Baghdad già nel gennaio del 2003.

Le sue fotografie del dramma iracheno hanno documentato non solo la guerra e i saccheggi, le battaglie cruente, le violenze inaudite, ma anche la transizione politica, il tentativo di rinascita e la caotica, attuale, drammatica situazione di un paese che, diviso in tre fazioni, fatica a trovare una via d’uscita dal caos.

Pagetti ha visto morire, ha ricevuto il battesimo del sangue, ne è stato colpito.

 

A gilded chair sits in the middle of Saddam Hussein’s Salaam Palace, destroyed earlier by intensive U.S. aerial bombardment, in Baghdad, Iraq on April 12, 2003.

 

Dai suoi racconti traspare una grandissima voglia di leggere l’umanità come un grande insieme.

Emerge anche la difficoltà nel trovarsi in certe situazioni e la grande prova di pena, dolore e rispetto che ne consegue.

 

Racconta Franco Pagetti:

C’è più bene che male intorno a queste situazioni perché sei più ricettivo del bene che c’è intorno a te, quello che ti succede intorno cerchi di rimandarlo, di posticiparlo, e ti fai aggredire la sera quando sei solo; riguardo al limite, ci deve sempre essere il rispetto, in Iraq sono stato due anni prima di fotografare un ferito, in ogni paese che visiti sei un ospite, devi conoscerne la cultura, devi rispettarla“.

 

 

Freetown Sierra Leone June12, 2000
former teenagers RUF rebel now living at the St Michael Center for soldiers’ children, 30 km from the capital Freetown.
The RUF, infamous for their forced recruitment of child soldiers and maiming of civilians, is slowly starting to disarm and turn children soliders over to international aid groups. Sierra Leone, beset for the last ten years by a brutal civil war, is currently seeing the best prospects for peace in memory as the United Nations steps up its peacekeeping efforts.

 

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