L’America, i poeti e la beat generation degli anni Settanta visti da Cristiano Vassalli

C’ero una volta in America

Fotografia e testo di Cristiano Vassalli

 

© Cristiano Vassalli

 

Alla fine del 1977 ho venduto quel che avevo -qualche mobile, i dischi e i libri- e sono partito per il grande viaggio: la meta era Big Sur, nella California meridionale, perché lì viveva Henry Miller e io avevo un mucchio di cose da chiedergli.

Avevo in rubrica qualche indirizzo, recuperato dai fotografi per i quali lavoravo come assistente a Milano, e nessun piano preciso se non quello di ripercorrere “on the road” le orme dei miei miti della beat generation.

Il viaggio, coast to coast e da Nord a Sud, è stato un viaggio di formazione, anche se avevo già girato a lungo per l’Europa e avevo 27 anni.

Dei 18 rullini di fotografie scattate durante quel viaggio, ne ho salvati solo 5: gli altri, insieme al mio quaderno di appunti, li ho persi da qualche parte proprio poco prima di tornare.

Per più di 30 anni ho avuto nel cassetto i provini di quei 5 rullini, poi ho deciso di farne un libro e una mostra.

Quando rivedo quelle foto, ci ritrovo gli anni ’70, la mia visione dell’America dell’epoca e quello che ero allora.

 

© Cristiano Vassalli

 

Ero partito armato delle poche parole d’inglese imparate dalle canzoni e dalla rassicurazione che bastassero 10 cents per telefonare al mio contatto: “Ciao Elio, sono Cristiano, sì sono all’aeroporto… Ah, non puoi? Va bene, ciao…”.

Così mi sono fatto portare dal tassista in un albergo: l’Edison Hotel, da cui ho scattato le prime foto a Manhattan.

Poi sono andato ad un indirizzo che mi aveva dato Santiago Miranda, di alcuni suoi amici al Greenwich Village, e lì, per fortuna, mi hanno ospitato.

Come Alice nel Paese delle Meraviglie ho vagato per la città, con la voglia di scoprire e di stupirmi: sciocchezze, come per esempio i fumi delle auto che salivano dalla strada, gli spazzaneve, la gente… ogni tanto mi appariva un posto, un particolare che ero certo d’aver già visto: i film e i telefilm, le copertine dei dischi e le foto dei giornali, il mio immaginario americano si rispecchiava nella realtà.

 

© Cristiano Vassalli

 

Faceva molto freddo e nevicava, non sapevo nemmeno pattinare ma un salto al Rockefeller Center l’ho fatto lo stesso.

Con una Nikormat, e il suo “Cinquantino” nascosto in un sacchetto di carta, ho girato i vari quartieri, anche quelli violenti che mi mettevano i brividi, prendendo appunti fotografici.

 

© Cristiano Vassalli

 

Sono passato davanti al Chelsea Hotel, ho vagato tra la Spanish Harlem e Central Park, fra Harlem e la Bowery, Soho e l’Upper Est Side.

Sono salito sulle Torri Gemelle (chi l’avrebbe detto che un giorno…) trattenendo il respiro per le vertigini.

 

© Cristiano Vassalli

 

Sono rimasto un mese, a N.Y., durante il quale ho fatto il lavapiatti e anche il giro dei grandi fotografi, proponendomi come assistente (Glaviano mi avrebbe anche preso ma, purtroppo, il mio inglese era insufficiente, e lo spagnolo e il francese che in Europa mi bastavano, lì non servivano a nulla).

 

© Cristiano Vassalli

 

Finché un giorno ho fatto il pieno di scene di violenza (la giornata si è aperta con un vecchio buttato fuori da un bar e malmenato a terra da un paio di tizi, è continuata con la macchina della polizia entrata direttamente nel cinema, in cui assistevo alla proiezione della “Febbre del sabato sera”, per sedare una scazzottata fra ispanici e “bianchi”, ed è finita con un’altra rissa in un bar del Greenwich, dopo che una trans era stata sfregiata da un tale con una bottiglia rotta), non ho resistito e ho deciso di andarmene verso la California.

 

© Cristiano Vassalli

 

Ho preso il Greyhound bus, destinazione San Francisco, ed è iniziato un altro viaggio nel viaggio: ricordo d’esser partito mentre nevicava e coi paesaggi bianchi che scappavano dal finestrino, poi il cambio di bus a Cleveland e dopo ancora Chicago all’alba, con le lunghe scie di fumo che salivano verso il cielo e tanto nero.

 

© Cristiano Vassalli

 

Se qualcuno mi chiedesse che colore ha questa città, direi nero: neri i palazzi, nera la gente e nera la luce… mi ero fatto un autoscatto e, quando tempo dopo l’ho sviluppato, mi sono accorto d’esser venuto tutto nero anch’io.

Sul bus ho trovato di tutto, dal reduce del Vietnam che non riusciva a dormire al ladruncolo che appena ti appisolavi cercava di rubarti gli stivali…

Avevo una piccola scacchiera magnetica e, in fondo al bus, ho trovato sempre qualcuno con cui giocare, fra una fumata, una chiacchiera e una birra.

Senza falsa modestia, posso affermare d’essere rimasto imbattuto per tutto il viaggio, sia all’andata che al ritorno.

Man mano che proseguivamo, il paesaggio mutava e, dal bianco della neve e il nero di Chicago, si era passati al verde delle distese dei campi.

Distese infinite: in un giorno ho contato non più di una quindicina di case.

Mi hanno molto colpito le fermate dei bus, affollate da indiani obesi e tristi e da intere famiglie, sedute alle panchine, che guardavano il mondo che passava.

Negli stati più bacchettoni, saliva sul bus un energumeno che, a braccia conserte accanto al guidatore, sorvegliava che nessuno fumasse.

 

© Cristiano Vassalli

 

Poi ci siamo inoltrati nelle valli desolate, dove il rosso delle Montagne Rocciose si alternava all’ocra dei deserti. Verso le 5 del mattino del terzo giorno, improvvisamente, è apparso un gigante al neon che ci avvisava che “THIS IS THE PLACE”: eravamo dalle parti di Las Vegas e non sarebbe mancato molto per San Francisco, la mia prossima destinazione.

San Francisco mi ha accolto con una splendida giornata di sole, ma non si trattava solo di una questione meteorologica: tutta l’atmosfera era diversa, meno cupa, in questa parte degli USA.

Mentre me ne stavo seduto ad un bar, per una birra, ho visto passare un tizio con la mia agendina in mano… con il mio americano sgangherato ho cercato di dirgli che l’avevo persa, e lui mi ha risposto in italiano: “Non hai mica tanti indirizzi, e poi nessuno californiano!”.

Così ho fatto conoscenza con questo ragazzo bolognese, che era appena arrivato dal Canada, e col quale avrei diviso una parte della mia avventura.

Con lui il giorno dopo in un bar (mi accorgo ora che i bar sono stati il fil rouge di questo viaggio) abbiamo conosciuto una giovane fotografa che aveva un amico pittore di origini italiane e lo studio al Goodman Building

In parole povere, il mio amico bolognese è andato a vivere con la ragazza e io ho trovato un’abitazione.

Era un posto fantastico, in cui vivevano pittori, musicisti, attori, registi (un tempo ci aveva abitato anche Janis Joplin), ciascuno col proprio studio e un terrazzo e una sala da pranzo in comune.

Ancora non era cominciato il clima pesante dell’Aids e, a differenza di New York, qui tutto era “easy”, più vicino al mio essere europeo.

Col passare dei mesi il mio inglese era migliorato e mi potevo avventurare in gran discussioni di filosofia, arte e massimi sistemi con le nuove conoscenze… non era difficile, sedersi a sorseggiare un caffè e scoprire che il tuo vicino era un gran personaggio…

Come quella volta in cui, all’ingresso di un bar dalle parti della libreria City Lights (era appena morto Chaplin e la vetrina della libreria era dedicata a lui), ho visto buttar fuori un uomo che somigliava in tutto e per tutto a uno dei miei poeti preferiti.

Ed era proprio lui: Gregory Corso!

 

© Cristiano Vassalli

 

L’ho aiutato a rialzarsi e gli ho chiesto se potevo scattargli qualche foto, poi insieme siamo rientrati nel bar e gli ho offerto un paio di birre: “Hai visto?, in Europa mi conoscono!” diceva al barista…

Corso mi ha parlato con entusiasmo della Pivano, della sua casa in via dei Cappuccini, mi ha detto che sarei dovuto andare a trovarla e portarle i suoi saluti.

 

© Cristiano Vassalli

 

Usciti dal bar, s’è buttato a braccia larghe incontro a un pulmino Volkswagen e mi ha presentato al guidatore: era Lawrence Ferlinghetti.

Ancora oggi mi pento di non aver trovato il coraggio di fotografarlo.

La giovane fotografa aveva un’auto e ci scarrozzava, me e Sandro, l’amico bolognese, un po’ dappertutto: ci ha portato al mare, e poi a Berkley, perché volevamo vedere dove erano nate le rivolte studentesche della fine degli anni Sessanta, e nei parchi intorno a San Francisco, dove ancora vivevano colonie di Hippy.

Una volta, a Haight –Ashbury (dove è nato il movimento hippy), sono rimasto coinvolto da una manifestazione per i diritti dei gay, fra danze e canti.

 

© Cristiano Vassalli

 

C’era anche uno strano marchingegno: un tale stava seduto in alto, sopra una grande tinozza piena d’acqua, e, di fianco, aveva la fotografia di una donna che costituiva il mirino verso il quale lanciare delle palline da tennis.

Chi riusciva a colpire il ritratto, faceva cadere l’uomo nella tinozza.

Ho poi scoperto che la donna della foto era una senatrice omofoba, e che s’era distinta per la sua proposta di curare l’omosessualità come una malattia.

 

 

Intanto il tempo passava: erano già cinque mesi che ero arrivato negli States ed era arrivato il momento di proseguire verso Sud.

Perciò sono partito per Big Sur in autostop, per andare a conoscere Miller.

Però, man mano che mi avvicinavo, tutte le domande che avrei voluto fargli, le cose che avrei voluto dirgli hanno cominciato a sciogliersi come neve al sole e tutto mi sembrava sempre più assurdo e imbarazzante.

A pochi chilometri dalla mia meta, ho girato i tacchi e sono tornato indietro.

A San Francisco avevo conosciuto degli artisti spagnoli (era da poco morto Franco), che mi avevano riempito la testa sul nuovo Rinascimento che si stava vivendo in Spagna.

L’Europa mi mancava, così mi sono deciso e sono tornato indietro, prima in bus a New York e poi in volo per Barcellona

Ma questa è un’altra storia.

 

Cristiano Vassalli

 

NOC SENSEI è un modo nuovo di vedere, vivere e condividere la passione per la fotografia. Risveglia i sensi, allarga la mente e gli orizzonti. Non segue i numeri, ma ricerca sensazioni e colori. NOC SENSEI è un progetto di New Old Camera srl

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