Dal suo studio di Roma, Maurizio Riccardi cura e aggiorna un archivio di oltre sei milioni di immagini. Non è solo il direttore di un’agenzia (AGR); è il reporter che ogni giorno racconta la sua città.


di Silvio Incocciati

 

© Roberto Strano. Maurizio Riccardi. Archivio Riccardi. Roma

 

L’odore del tempo nel suo Studio, nel cuore di Roma

Varcare la soglia dell’Archivio Riccardi, nel cuore del quartiere Prati, è un’immersione totale in un’epoca che non ha mai smesso di parlarci. C’è una fragranza di fotografie antiche e di pellicole, ma è lo sguardo ad incantarsi: dalle pareti dello studio, i volti delle dive del cinema, i gesti dei grandi attori, la solennità dei Papi e l’autorità dei capi di Stato sembrano osservare il presente con una vitalità intatta.

Per chi ama la fotografia, il cinema, la moda e la storia, questo luogo non è solo un archivio, ma un’immersione nella storia italiana del secolo scorso. La cronaca di quegli anni qui non è semplicemente conservata; essa pulsa. Si avverte nel fruscio secco delle pergamine che scorrono tra le dita di Maurizio Riccardi, tra i clic del Mac e il ronzio dei server, dove i cataloghi digitali traghettano la memoria verso il futuro e in quel silenzio quasi reverenziale che avvolge le cassettiere metalliche, custodi di milioni di attimi impressi sulla pellicola.

Tra queste pareti batte il cuore di un immenso labirinto di sguardi: oltre 6 milioni di immagini tra negativi e file digitali, di cui una grossa parte è dichiarata Patrimonio di interesse Nazionale. È un cosmo incantato dove tutto vive simultaneamente: la risata schietta di Anna Magnani e la bellezza eterna di Sofia Loren, il profilo severo di Aldo Moro e la polvere delle borgate pasoliniane, fino alle luci accecanti della via Veneto di Fellini. Al centro di questo universo fatto di grana e di luce, Maurizio Riccardi è il testimone di questi due mondi.

 

© Roberto Strano. Maurizio Riccardi. Archivio Riccardi. Roma

 

Nascere nel buio per vedere la luce

«Nascere in camera oscura» non è, per Maurizio Riccardi, una licenza poetica. È una realtà biologica e professionale. Figlio di Carlo Riccardi — il «paparazzo per eccellenza» amico di Fellini — Maurizio è cresciuto tra bacinelle di sviluppo e fissaggio, imparando a leggere il mondo prima in negativo, poi in positivo ed infine in digitale.

L’eredità del padre non è mai stata un fardello o un’ombra ingombrante sotto cui ripararsi. Per Maurizio, il legame con Carlo — scomparso a 96 anni nel 2022 — è stato un lungo esercizio di generosità. Se Carlo illuminava i segreti della Dolce Vita, Maurizio ha dato a quelle immagini il significato di storia. Ha convertito l’irruenza del foto-giornalismo d’epoca in una luminosità perenne, un punto di riferimento immobile per chiunque voglia navigare nel mare profondo del nostro passato. Guardandoli insieme nelle vecchie foto, o ascoltando Maurizio parlare del padre, si percepisce che la lezione più grande non è stata tecnica, ma umana: la fotografia come atto di umiltà verso l’altro, uno sguardo che non giudica, ma accoglie la realtà nella sua nudità.

L’officina degli sguardi: oltre la competizione

In un settore spesso lacerato dalla competizione, Maurizio Riccardi rappresenta un’eccezione. Come fotografo, direttore dell’Agenzia Agr e anima dello Spazio5, ha trasformato la sua sede in un’officina collettiva. Non crede nella figura del fotografo solitario. Per lui, la fotografia è un’attività corale.

Maurizio ha rotto gli schemi del “vecchio mondo” supportando attivamente le nuove leve, quelli che lui definisce «Riders dell’informazione». Ha compreso che la memoria non può essere un possesso privato, ma un bene comune che richiede nuove energie per essere tramandato. Nel suo studio, la porta è spesso aperta; i giovani fotografi trovano un maestro che condivide i segreti della luce con la stessa semplicità con cui ti offre un caffè. Il suo lavoro con Giovanni Currado, responsabile per lo studio dell’Archivio Riccardi, e con il team di Agr è la prova di una visione dove il “noi” prevale sempre sull’ “io”.

Ponti d’argento: Pasolini, Moro e la memoria viva

La missione di Maurizio Riccardi trova la sua massima espressione nelle grandi mostre tematiche che ha curato negli ultimi anni. Progetti come “I tanti Pasolini” o “Aldo Moro: Memoria, Politica, Democrazia” (e tante altre) non sono semplici esposizioni di eleganti stampe in bianco e nero: sono frammenti di memoria viva.

Attraverso gli scatti dell’Archivio, Maurizio non ci restituisce solo il Pasolini intellettuale, ma l’uomo tra la gente, l’attore, il regista tormentato. Riccardi costruisce ponti tra il passato e il presente: le sue mostre interrogano il visitatore, lo costringono a confrontarsi con le ferite ancora aperte della Repubblica. Non c’è nostalgia nelle sue scelte curatoriali, ma una profonda urgenza civile. Quando espone le foto di Aldo Moro, non celebra un rito funebre, ma riaccende un dibattito sulla dignità della politica. Per Maurizio, curare l’Archivio significa compiere un atto di restauro costante dell’identità italiana. Ogni negativo scansionato è un frammento di coscienza recuperato.

 

© Roberto Strano. Maurizio Riccardi. Archivio Riccardi. Roma

 

L’obiettivo del presente: un battito quotidiano

Ma sarebbe un errore pensare a Maurizio Riccardi solo come al «custode del passato». Egli è, prima di tutto, un fotografo in piena e febbrile attività professionale. Sebbene il suo cuore conosca la chimica dell’analogico, oggi si muove con padronanza assoluta tra i pixel delle più moderne fotocamere digitali. Non è un nostalgico del tempo che fu; è un testimone del nostro tempo.

Lo si trova ancora sul campo, tra i servizi di attualità foto-giornalistica, a documentare i cambiamenti della società italiana con lo stesso spirito di servizio che anima l’archivio fin dal primo scatto di suo padre. Il suo lavoro quotidiano non fa che ampliare i confini di quel patrimonio nazionale: ogni sua foto di oggi è il “negativo” storico di domani. Contemporaneamente, lo vediamo impegnato nella cura di volumi fotografici e mostre tematiche, dove l’analogico e il digitale diventano gli strumenti per una narrazione ancora più precisa ed incisiva.

La firma come atto di libertà

La sua sfida più urgente, però, si combatte oggi sul terreno del diritto. Maurizio conduce una battaglia tenace in difesa dell’autorialità: in un’era che consuma milioni di immagini come fossero beni gratuiti e «senza padre», lui esige che la firma del fotografo torni a essere riconosciuta come un atto di responsabilità intellettuale. Le testate giornalistiche, le pubblicazioni, i media on line devono indicare l’autore della fotografia che viene pubblicata. Non si tratta di una semplice rivendicazione economica, ma di una questione di dignità civile. È proprio questa urgenza etica ad averlo visto tra i fondatori dell’associazione Identità Fotografiche, nata con l’intento di dare voce e protezione a chi, con un clic, continua a documentare l’anima del Paese.

In prima linea per la memoria collettiva

Il suo impegno si spinge oltre i confini del proprio studio per abbracciare la tutela degli archivi fotografici italiani, che Maurizio considera “fragili pilastri della nostra democrazia”. È convinto di una verità profonda: “un Paese senza immagini è un Paese senza volto”. Per questo, con la semplicità di chi ha respirato vapori di fissaggio fin dalla sua infanzia, continua a camminare tra il passato e il presente, con la macchina fotografica a tracolla e lo sguardo sempre rivolto a quella luce che, se ben custodita, non smette mai di illuminare la strada del futuro.

Il cuore dietro l’otturatore

Maurizio Riccardi occupa un posto di primo piano nella memoria visiva del Paese, eppure la sua cifra distintiva resta la sua semplicità. È l’uomo che, pur avendo visto molto attraverso il mirino della sua fotocamera, non ha mai smesso di guardare gli altri con sincera empatia.

Maurizio è un “intellettuale della visione”. La sua figura sintetizza la precisione del tecnico e la sensibilità del curatore d’arte. Non è soltanto l’uomo che preme il pulsante di scatto della sua Nikon; è colui che garantisce che il racconto dell’Italia non subisca interruzioni di continuità. Tra la grana dei vecchi negativi, suoi e di suo padre, e la luminosità dei nuovi file digitali, Maurizio assicura che il filo della memoria nazionale resti teso e vibrante. La sua casa è fatta di luce e la sua missione è la custodia del tempo: un impegno silenzioso e costante affinché il battito della storia italiana continui a essere udibile, un fotogramma alla volta.

 

© Roberto Strano. Maurizio Riccardi. Archivio Riccardi. Roma

 

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