Perché dovresti conoscere Mirko Bonfanti

Mirko Bonfanti è il caporedattore di Discorsi Fotografici, il primo podcast di fotografia in Italia. Primo, perché hanno cominciato nel 2010, quando non esisteva niente del genere in italiano. Primo anche perché oltre 180 episodi, 560k ascolti e 578 articoli pubblicati hanno la loro rilevanza.

Noc Sensei inizierà presto una collaborazione con Discorsi Fotografici, leggerete in questo blog le loro parole e potrete anche ascoltarli. Dal momento che sono stato io a suggerire l’accordo, mi sento in dovere di presentali. Anzi, presento Mirko. Non solo per il suo ruolo di giornalista specializzato in fotografia, ma anche perché è un fotografo che si distingue per la sua unicità.

Mirko ha partecipato ad alcuni dei miei workshop di ritratto ed è uno dei pochi studenti che, negli anni, ho visto crescere con un percorso molto preciso nella fotografia d’arte.

Recentemente l’ho intervistato per la mia guida al Ritratto Fotografico, per motivi di spazio ho dovuto accorciare il suo intervento, ma le cose che mi ha raccontato sono interessanti e pubblico qua la sua intervista completa.

Da quanto tempo fotografi?

Fotografo da oltre 20 anni, all’inizio con un approccio perlopiù autodidatta, ma sempre con grande trasporto. Intorno al 2008, esaurito il percorso sulla tecnica, ho avvertito la naturale esigenza di approfondire soprattutto gli aspetti teorici della fotografia. Parallelamente, ho cominciato a seguire dei laboratori di ritratto e autoritratto.

Sono state quelle esperienze a farmi intuire che le grandi possibilità espressive e comunicative del medium mi erano affini. Mi sono iscritto all’Istituto Italiano di Fotografia di Milano, ho vinto una borsa di studio e mi sono diplomato.

 

Intimate Diptych 4 © Mirko Bonfanti

 

Però non ti sei fermato lì…

No, la mia formazione è proseguita con dei master di fotografia analogica, di curatela ed editing, di storia della fotografia e di fotografia contemporanea.

Ho anche cominciato ad esporre i primi progetti fotografici. Attualmente mi occupo di divulgazione, insegnamento, tutoring, letture portfolio e perseguo la mia fotografia di ricerca, e non smetto di formarmi.

Come è andata con Discorsi Fotografici?

Il podcast è stato fondato da Silvio e Federico, io li ho seguiti fin dall’inizio perché mi riconoscevo nel taglio che davano alle informazioni. Sono stato il primo donatore e, a poco a poco, ci siamo conosciuti, siamo diventati amici finché non mi hanno proposto di collaborare. Intanto Discorsi Fotografici continuava a crescere e ad acquistare importanza. Io ho voluto studiare e dare l’esame da giornalista proprio per rispetto di tutte quelle realtà importanti che avevano cominciato ad invitarci.

La democrazia della fotografia ha dato parola a chiunque e i social rendono molto facile la pubblicazione di articoli. È un bene che si possa parlare tutti di fotografia però, in questo mondo fluido, ci vuole anche qualcuno che sia un po’ autorevole. Io ho deciso di dare molta importanza alla mia formazione proprio per potere parlare di cultura visiva con cognizione di causa. E poi, naturalmente, perché per me si tratta di una grande passione e aiuta anche il mio percorso di fotografo.

 

 

Perché fotografi ritratti?

Sono sempre stato affascinato dal genere del ritratto per molti motivi. La scintilla senza dubbio arriva dai lavori di alcuni autori del passato che ho incontrato sul mio cammino: l’impegno sociologico di Lewis Hine con il suo lavoro di documentazione sulle condizioni del lavoro minorile negli Stati Uniti, “In the American West” con cui Richard Avedon sgretola il mito del grande occidente rivelandone le caratteristiche più viscerali, Diane Arbus per la sua ricerca personale sulla diversità. Più recentemente ho avuto modo di apprezzare il lavoro del compianto Efrem Raimondi per la sua profondità e per il suo approccio al ritratto.

Credo che il ritratto possa ritenersi uno dei generi più complessi da affrontare perché richiede non solo capacità tecniche, ma soprattutto grande sensibilità, empatia, propensione a relazionarsi in libertà con le altre persone.

Cosa fotografi quando scatti un ritratto? Quali sono le cose che ti colpiscono nelle persone che fotografi?

Mi piace andare alla ricerca di dettagli che funzionino da indizio, in modo che la fotografia non esaurisca velocemente la propria carica visiva, ma obblighi l’osservatore a fermarsi e ragionare su di essa.

Cerco inoltre di cogliere elementi che possano, di riflesso, parlare anche di me fotografo, della mia visione e delle mie intenzioni. Nelle persone mi interessano gli aspetti più intimi oltre la superficie, la fragilità, i sogni e le debolezze.

La sfida e la grande difficoltà di ottenere tutto ciò, sta proprio nella capacità di creare tutti i presupposti perché si avveri quello di cui ho bisogno, di preparare il terreno per lo scatto, momento cruciale del processo creativo-intellettivo.

Questo difficilmente può essere insegnato perché ognuno ha il proprio modo di arrivarci, le proprie sensibilità, le proprie attitudini.

 

Intimate Diptych 2 © Mirko Bonfanti

 

C’è qualcosa che hai imparato fotografando qualcuno che poi ti è anche servito al di fuori dell’ambito fotografico?

La fotografia in genere mi ha insegnato a vedere il mondo con occhi diversi, a non dare nulla per scontato e che la bellezza non è un valore da ricercare sulla superficie.

La fotografia con la sua riproduzione bidimensionale, ferma la sua corsa sulla superficie, ma, paradossalmente, ha la capacità di far continuare l’osservatore (predisposto) nel percorso personale all’interno dell’immagine, scavare, andare in profondità.

Il fotografo dovrebbe semplicemente invitare, senza dare risposte definitive.

Altra cosa che ho imparato, grazie a dei grandi insegnanti, è che la fotografia per suo statuto non potrà mai dire il vero, ma soltanto certificare che al momento dello scatto il soggetto si trovava di fronte alla macchina fotografica.

Questi insegnamenti sono stati per me fondamentali per accrescere la consapevolezza ed il senso critico attorno al mondo della fotografia.

Quando consideri un ritratto riuscito?

Orson Welles diceva che “La fotocamera è molto più di un apparecchio di registrazione, è un mezzo attraverso il quale i messaggi ci raggiungono da un altro mondo”.

Una fotografia funziona quando parla anche del fotografo, quando rivela qualcosa di inaspettato, ma comunque riesce a mantenere un velo di mistero che chi guarda deve svelare. Quando non è scontata, quando accoglie una certa dose di trasfigurazione spirituale che la elevi rispetto ad una banale riproduzione del vero.
Un ritratto inoltre funziona quando raggiunge, come diceva Nadar, una certa “somiglianza intima” del soggetto.

Come descriveresti il tuo approccio al ritratto?

Il mio rapporto con il ritratto è cambiato quando ho cominciato a girare la fotocamera verso me stesso, ed ho iniziato perciò ad interessarmi all’autoritratto. Da quel momento è diventata una priorità.

Il singolare cortocircuito che si crea fra operator, spectrum e spectator (cioè fotografo, soggetto e fruitore dell’immagine), ha fatto sì che questo tipo di pratica sia diventata sempre più presente nella mia produzione artistica.

Le mie ispirazioni arrivano principalmente dalla storia della fotografia. Mi ha sempre affascinato il simbolismo e l’introspezione nelle immagini di Francesca Woodman, il rapporto fra uomo e natura nelle rappresentazioni di Arno Rafael Minkkinen, il gioco del corpo come prospettiva visiva di Bill Brandt.

 

AEnima 4 © Mirko Bonfanti

 

Che consigli daresti a chi si avvicina adesso alla fotografia di ritratto?

Dipende tutto dalle motivazioni. Se sei un amatore che vuole dilettarsi senza grandi velleità, è sufficiente studiare la tecnica di base e la luce, e proporre a qualche amico di prestarsi come soggetto, e mettersi in gioco.

Diversamente chi vuole lanciarsi nel mondo della fotografia commerciale oppure nell’ambito artistico, deve necessariamente seguire un percorso serio di studio, che comprenda l’analisi della storia della fotografia, dei grandi maestri e delle motivazioni che li hanno mossi.

Bisogna considerare che la formazione in questo ambito non è mai finita, che ci sono sempre cose nuove da imparare.

Inoltre, credo che sia necessario imparare a conoscersi ed ascoltarsi, in modo da riuscire a definire un proprio stile, una propria area di interesse, una propria firma. Permettersi di ottenere dei risultati quanto più onesti, che non vuol dire a tutti i costi originali, ma sicuramente personali.

Sviluppare le proprie capacità comunicative, interpretative e di introspezione. In ogni caso serve sempre una rinnovata curiosità, non dare nulla per scontato, essere interessato all’uomo nella sua interezza.

Tutto questo credo sia basilare per costruire una propria credibilità in un mondo, quello fotografico, terribilmente svalutato dalla democratizzazione del mezzo, che mai come oggi ha necessità di ritrovare professionalità e serietà.

 

self portrait 4 © Mirko Bonfanti

 

Saluto Mirko con una certa soddisfazione, quando l’ho conosciuto era all’inizio del suo percorso e nessuno dei due immaginava tutte le evoluzioni che erano in serbo per lui. La sua grande passione per la fotografia e il suo rigore nella preparazione gli hanno permesso di diventare un divulgatore bravo e competente.

Consiglio a tutti di seguirlo su Discorsi Fotografici.

www.mirkobonfanti.com
www.discorsifotografici.it
magazine.discorsifotografici.it


www.enzodalverme.com
www.workshop-ritratto.it

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *